Franco Quinto

Franco Quinto
Suo padre dominava Wall Street, suo nonno aveva in pugno la Cina. I suoi capostipiti si erano arricchiti commerciando con gli schiavi e corrompendo gli uomini di Dio, papa compreso. Anche Franco Quinto, erede in carica della dinastia, non ha risparmiato i misfatti per mantenere alto l’onore della banca di famiglia. La sua società non ha mai sbrigato un solo affare lecito. Lui e la moglie Ottilie hanno truffato, derubato, ammazzato, e non hanno esitato a far prostituire un’impiegata per propiziare le transazioni. Al loro migliore amico hanno tenuto nascosto che era gravemente ammalato temendo che, durante l’operazione, rivelasse sotto narcosi le nefandezze di cui si erano macchiati e quando alla fine il poveretto ha chiesto di confessarsi a un prete lo hanno fatto fuori come un cane. Nonostante tutto, anni di pessima gestione hanno portato al tracollo l’azienda. Per salvarla viene inscenata la finta morte di Franco Quinto, in modo che sia lo stato ad accollarsi il pagamento dei debiti. Quanto al cadavere necessario alle esequie, a fornirlo in prima persona è un ignaro cassiere opportunamente eliminato. Tanti sforzi, però, non sono sufficienti ad allontanare lo spettro della bancarotta. Senza contare che un anonimo ricattatore si fa avanti chiedendo un bel gruzzolo in cambio del silenzio sui loro sporchi segreti. Per i fedelissimi collaboratori di Franco Quinto e consorte si tratterebbe di mettere mano al portafogli, ma ognuno si rifiuta di separarsi dai propri sudati risparmi. Ed ecco che gli ultimi rampolli della casata arrivano a ribaltare le carte in tavola. Ma niente panico, i destini finanziari rimarranno al sicuro, ben custoditi nella cassaforte blindata dove non vengono seppelliti solamente valori e contanti…
Friedrich Dürrenmatt scrisse Franco Quinto più di cinquant’anni fa e doveva avere doti di preveggenza non comuni perché la piéce è il fedele ritratto del nostro presente. Il dissesto delle grosse società finanziarie che fanno crollare il mercato e collassare i titoli, l’effetto domino che si propaga peggio di un virus, le obbligazioni che si trasformano da un giorno all’altro in carta straccia, lo iato fra economia reale ed economia virtuale, sono cosa d’oggi. Così com’è cosa d’oggi la brama di denaro e potere che calpesta tutto e tutti, ovviamente – e non potrebbe essere altrimenti - col beneplacito delle alte sfere. Torna quanto mai a proposito il celebre motto di Bertolt Brecht: «Che crimine è rapinare una banca in confronto a fondarne una?». E vale la pena di citare un’altra indiscutibile verità affermata da Victor Hugo: “Non basta essere cattivi per prosperare”. Già, questo è il peccato più imperdonabile dell’inetto Franco Quinto: malgrado i ricatti, le porcherie, gli assassini, ha condotto la banca alla rovina (e se le banche vanno in malora, rischiano di andarci anche interi paesi). I suoi figli glielo dicono senza mezzi termini: i metodi da gangster hanno senso solo se fruttano qualcosa. Se no, meglio l’onestà, ma un’onestà  brutale, che si attua essendo ancor più spietati che nel fare del male. I fatti danno loro ragione. Estromesso drasticamente il padre, diventato un vecchio incomodo, la banca si rimetterà in sesto e tornerà a prosperare con la benedizione dei rappresentanti dell’alta finanza e del Presidente della Repubblica Traugott von Friedemann, che puniscono i reati minori ma non si prenderanno mai la briga di condannare efferatezze come quelle dei Franchi. A certi livelli, l’intreccio tra giustizia e ingiustizia è troppo radicato e qualsiasi intervento sconvolgerebbe l’ordinamento mondiale. Questa è soltanto una feroce farsa al nero, in cui Dürrenmatt calca la mano sul grottesco per mettere alla berlina i sepolcri imbiancati della società e dell’economia svizzera. La tecnica dello straniamento brechtiano, con i numerosi interludi musicali, è lì a ricordarci che stiamo assistendo ad una commedia. Fuori dal palcoscenico le cose vanno in tutt’altro modo. O forse no?

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