Frank Capra – Il cinema americano tra sogno e incubo

Frank Capra – Il cinema americano tra sogno e incubo
Frank Russel Capra nasce come Francesco Rosario Capra nel 1897 a Bisaquino, provincia di Palermo. Quando giunge negli Stati Uniti, emigrato con la famiglia, ha solo sei anni ed è completamente ignaro che di lì a pochissimo diventerà l’incarnazione di quel concetto di “self made man” che ha costituito la base per il sogno americano. Dopo aver studiato per diventare ingegnere (questa propensione per la scienza verrà esplicitata anche in campo cinematografico con l’invenzione e il perfezionamento di diverse tecniche di ripresa) approda senza troppo convinzione nel mondo della settima arte che a quei tempi viveva il glorioso momento del muto. Dopo aver debuttato dietro la macchina da presa con “La grande sparata”, film nel quale dirige il celebre Harry Langdon (da molti ricordato semplicemente come l’eterno rivale di Charlie Chaplin e Buster Keaton) e aver firmato altre pellicole per la “First National” approda alla Columbia, alla quale, ormai sopraggiunto il sonoro, girerà pellicole che lo consacreranno come uno dei registi più premiati di sempre, narratore immortale di storie semplici per uomini semplici...
Dell’autore di “La vita è meravigliosa”, “Accadde una notte” e “L’eterna illusione” la critica più superficiale ha sempre parlato in termini di ottimismo, di retorica populista e di finali consolatori: Vito Zagarrio, come già aveva fatto in parte nel suo “Castoro” dedicato a Capra, ribalta questa tesi, provando a scovare nelle mielose trame dei suoi film quei “fotogrammi stonati” che permettono di leggere le sue pellicole come radiografie di un america tragica, prima sull’orlo di una crisi finanziaria (il Martedì Nero di Wall Street), poi costretta a fare i salti mortali per rialzarsi dopo una batosta del genere. La sua rilettura dell’opera di Capra non ha certo la presunzione di mostrare il regista nei termini di anticonformismo e di trasgressività, ma pretende di portare alla luce una verità aggiornata, di conferirgli lo spessore che oltre cinquant’anni di critica non sono riusciti a dargli. E’ interessante come nella prima parte del volume l’autore riprenda in mano i testi fondamentali della letteratura prodotta sul regista e li analizzi sotto questa nuova luce, individuando in essi i germi che andranno poi a comporre la sua tesi, tanto innovativa quanto necessaria. Lo studio degli altri testi, effettuato non solo in sede di ricerca ma riportato anche nelle pagine del libro, rende le argomentazioni di Zagarrio estremamente informate e puntuali ed è la base per lo sviluppo dei capitoli successivi. L’autore prose che scompongono il cinema capriano tagliandolo trasversalmente, analizzando ora gli elementi fondanti della sua poetica, ora i periodi storico-sociali che con la sua macchina da presa si è trovato a documentare. Per analisi critica, fluidità di scrittura, pertinenza degli esempi e per troppi altre motivazioni non è azzardato sostenere che il volume in questione sia uno dei saggi cinematografici più importanti usciti in Italia nel 2009.

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