Frank Sinatra

Frank Sinatra

Figlio di emigranti italiani di umili origini, Francis Albert Sinatra nasce il 12 dicembre 1915 nella Little Italy di Hoboken, New Jersey, “una cittadina sulla riva sbagliata dell’Hudson, proprio di fronte a Manhattan”. Frankie Boy frequenta le scuole locali con poco impegno e scarsi risultati, perché in lui, sebbene ancora giovanissimo, è già chiaro il progetto di diventare un cantante di successo. Nonostante le riserve del padre, la madre si schiera immediatamente con il figlio. Grazie alla caparbietà e all’intraprendenza che da lei ha ereditato, Frank riesce a farsi assumere come cantante da Harry James, apprezzato trombettista dell’era swing, e grazie alla tournée con la sua orchestra, che inizia poco dopo l’ingaggio, tocca finalmente la riva giusta dell’Hudson fino a mordere la Grande Mela. Le basi del mito sono poste. Di lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di nuovi incontri, contratti, successi sempre crescenti, amicizie importanti e durature (Billy Holiday, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Humphrey Bogart, Lauren Bacall…), matrimoni con donne bellissime (dopo Nancy Barbato, la madre dei suoi figli, Ava Gardner, Mia Farrow, Barbara Marx), collaborazioni con mostri sacri della musica e del cinema. E ancora, rivalità e antipatie insopprimibili diventate leggendarie ‒ famose le frizioni con Marlon Brando sul set di Bulli e pupe ‒ e tic assurti a classici dello stile maschile, come l’indossare il Borsalino di traverso a sottintendere spavalderia e insolenza. Nel 1962, anche tredici spot pubblicitari della Perugina, con altrettante canzoni, da mandare in onda su “Carosello”…

Quante storie iniziano con “figlio di emigranti italiani di umili origini”? Tantissime, ma solo in quella di Frank Sinatra il “the end” arriva dopo una carriera lunga sessant’anni, con seicento milioni di dischi venduti, una cinquantina di film, Oscar, Grammy, concerti nei teatri più famosi del mondo e pezzi memorabili incisi con orchestre che hanno fatto la storia del jazz. La ragione di tutto ciò? Sinatra è stato, semplicemente, il migliore. Lo afferma Francesco Meli, che con il suo appassionante e documentatissimo libro ‒ oltre 150 foto e un’enormità di testimonianze ‒ si è portato avanti rispetto alle celebrazioni per il centenario della nascita di The Voice (12 dicembre 2015). Tutti abbiamo in mente Sinatra: l’inconfondibile swing, i duetti con la figlia Nancy Jr., le frequentazioni kennediane, la fascinazione verso il mondo della malavita. Quello che però sfugge, e che l’autore sostiene, è che Sinatra non può essere preso come modello del riscatto sociale dell’italoamericano ambizioso e ruspante, essendo stato, e sin da subito, un vero e proprio outsider. Mingherlino, elegante, dai vividi occhi azzurri a contraddire i canoni mediterranei, era figlio unico di una coppia non poi così umile. Da famoso, ha frequentato con pari naturalezza bianchissime celebrità hollywoodiane e artisti afroamericani. Per non parlare, poi, della caparbietà nel non voler correggere la cicatrice sulla guancia lasciata dal forcipe e nel mantenere il cognome italiano, confutando le basi del mito USA secondo cui la rivincita inizia dandosi un nuovo nome. Me c’è un elemento, oltre al carisma, che l’ha sempre caratterizzato: l’aspirazione al meglio. Gli altri registravano con le cuffie? Lui pretendeva orchestra e pubblico in studio. Gli altri cantavano e recitavano? Lui produceva la propria musica e i propri film. Gli altri avevano la cricca di amici? Lui il gruppo del Rat Pack, di cui, ovviamente, era il leader. The best is yet to come, proprio come cantava.



 

 

 

 
 
 
 

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