Fratelli d’anima

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Prima guerra mondiale, fronte occidentale. L’agonia del giovane fante francese di origine senegalese Mademba Diop è lunga e straziante, “dai primi albori del mattino fino a sera con le budella all’aria, il dentro di fuori, come una pecora squartata”, urlando, piangendo e facendosela addosso. Il suo commilitone e amico d’infanzia Alfa Ndiaye, impietosito, rimane accanto a lui tutto il tempo, tenendogli la mano e rifiutandosi di dargli il colpo di grazia, nonostante il poveretto glielo abbia chiesto per ben tre volte. Quando Alfa capisce che sarebbe stato un atto d’amore uccidere il suo amico è ormai troppo tardi, Diop è morto e lui rimane con i suoi rimpianti e il suo dolore: “(…) Davanti a te, Mademba, non sono stato capace di essere un uomo”. Come in un rituale antico, raccoglie le viscere ancora calde del morto e le rimette a posto nel ventre, si toglie giacca dell’uniforme e camicia e usa quest’ultima per serrare la pancia di Diop, poi prende in braccio il suo corpo e si avvia verso la trincea, camminando – miracolosamente ignorato dal fuoco nemico – “nel fango, nelle buche scavate dagli obici, piene d’acqua sporca e sanguinolenta”. Quando arriva alla trincea (che lo fa pensare alle labbra socchiuse di un sesso di donna), Ndiaye è accolto come un eroe: tutti ammirano il suo coraggio, la sua umanità, la sua fortuna. Gli dicono che merita una croce di guerra, che Mademba dal cielo sarebbe fiero di lui, che la sua famiglia sarebbe fiera di lui, che il generale Mangin sarebbe fiero di lui…

Furono quasi 140.000 i cosiddetti “tirailleurs sénégalais”, i soldati africani – non solo provenienti dal Senegal, come il nome potrebbe erroneamente far credere – che combatterono nell’esercito francese nelle trincee della Grande Guerra. Sul fronte occidentale i tirailleurs sénégalais si distinsero servendo a Ypres e Dixmude durante la battaglia delle Fiandre a fine 1914, alla cattura di Fort de Douaumont nell’ottobre 1916, durante la battaglia di Chemin des Dames dell’aprile 1917 e nella battaglia di Reims nel 1918. Più di 30.000 furono uccisi, gli altri tornarono a casa con il loro carico di orrore. Lo stesso orrore che era rinchiuso nel cuore del bisnonno materno di David Diop, fante (bianco) nelle stesse trincee e sotto la stessa bandiera, che scelse di non parlare mai in famiglia di quella terribile esperienza. Quel silenzio ha sempre incuriosito il suo pronipote (sebbene non abbia mai conosciuto il nonno di sua madre), che per omaggiare le sue origini senegalesi da parte di padre ha deciso di raccontare quell’orrore taciuto da troppo tempo, ma dal punto di vista di un soldato africano. È la storia di un contadino dell’Africa animista che viene sbattuto nel pieno di una mattanza industriale e – quando perde un amico d’infanzia che per lui è come un fratello – decide coscientemente di vivere una profonda metamorfosi, di entrare in un ruolo, il ruolo che a un tiratore senegalese viene richiesto: la belva umana che sbuca dalla trincea imbracciando fucile e machete. Una sorta di berserker dalla pelle nera al servizio della Francia colonialista e paternalista, che ha bisogno “che noi facciamo i selvaggi quando le fa comodo”. Diop – che con questo romanzo si è aggiudicato il Premio Strega Europeo 2019 con 11 voti su 22 – dipinge con pochi tratti netti il carnaio di giovani soldati “(…) sfigurati, resi storpi, sventrati, ridotti in uno stato che Dio si vergognerà di vederli arrivare” ma soprattutto la psicologia di un africano degli inizi del secolo, alle prese con una realtà che è necessario comprendere prima di poterla affrontare. Stavolta non c’è un cuore di tenebra africano, ma un cuore di luce che avanza nel buio mortale e tonante di un’Europa di tenebra.

LEGGI L’INTERVISTA A DAVID DIOP



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