Fratelli migranti

Fratelli migranti

Un mondo assediato dai guarda muri, dai guarda coste, dai guarda frontiere, dai guarda miserie che non ne possono più di non riuscire a contenere e puniscono, arrestano, affastellano pietre, seppelliscono morti, torturano miserabili… Ma i flussi sono inarrestabili, è la vita che non può accettare di non sfidare la morte, è la danza macabra di parole come islamofobia, identità, sicurezza, immigrazione che si sono accoppiate in un’orgia mediatica e si combinano insieme nelle menti confuse e infiammate dei nuovi poveri. Le isterie letali generate dal trionfo ebbro del neocapitalismo, lo Stato che diventa un vascello sempre più fragile in balia delle procelle economiche. Una notte profonda ha inghiottito l’etica e la bellezza, il buio che Pasolini aveva vaticinato per l’Italia sta inghiottendo tutti gli Stati occidentali. L’Iraq, la Siria, l’Africa, sono le arterie squarciate da cui esseri umani sanguinano verso le frontiere di Stati indifferenti, oscillano in balia di onde infernali, si aggrappano alle rocce a Malta e Lampedusa, cercano una risacca che li accolga, stanno ad occhi spalancati sui fondali dell’Atlantico. La barbarie è un connotato essenziale dell’umano, possiamo governarla a tratti ma mai sopprimerla e, proprio quando ci eravamo illusi di aver smussato le asperità più crudeli, di esserci lasciati alle spalle le inquisizioni, i sacrifici rituali, i genocidi in nome della religione o del dominio economico, ecco che ci si para dinanzi beffarda in tutto il suo potere distruttivo “sempre una lunghezza involutiva innanzi a noi”. C’è un’umanità tradita che tuttora non riesce e non smetterà maidi inseguire la propria visione di un’alterità, sull’onda di “un’energia relazionale” che è la mondialità e che non si arresterà mai, non cesserà mai di attraversare il Pianeta, spesso confusa con la mondializzazione ma da essa tutt’affatto diversa…

La visione della mondialità come spirito del tutto che scavalca i “paesaggi verticali” delle frontiere, è uno dei temi più cari ad Édouard Glissant, alle cui teorie le pagine di Fratelli migranti rendono un costante omaggio. Un libro, questo, che nasce da un incontro di Patrick Chamoiseau con un gruppo di donne (registe, attrici, giornaliste) impegnate a Parigi a documentare gli scontri tra l’onda di disperati che erano riusciti a superare le frontiere e la polizia. Il testo, pur se breve, ha la forza dell’espressione poetica, il rigore dell’analisi storico-economica, la vis morale di un j’accuse, la potenza delle coscienze ritrovate, che aspettano solo esseri umani in grado di riappropriarsene, indossandole come armature scintillanti contro i mostri generati dalla notte dei valori. Uno scritto pregiato ed elevatissimo nel quale è come se l’autore avesse raccolto, lungo le strade polverose del progresso umano, nelle lande desolate delle reti social, lungo i fossati bordeggiati dai resti dei nostri consumi collettivi, tutta la coscienza di cui l’Occidente si è liberato come di un mantello troppo pesante e dopo averla raccolta, l’avesse distillata intridendone le righe del suo libro nella speranza che faccia rinascere germogli di umanità nelle menti annebbiate dall’odio. La sua è una testimonianza in chiave poetica, un manifesto dell’umano e, insieme, un appello all’ospitalità universale, che uno scrittore come Chamoiseau non poteva esimersi esimersi dallo scrivere. La sua storia letteraria e personale, il suo essere stato una delle più stentoree voci di denuncia del colonialismo e post-colonialismo, tutto ha congiurato a mettere l’autore di Texaco, Elogio della Creolità e Cronaca delle sette miserie, solo per citarne alcuni, di fronte all’imperativo morale di scrivere, di mettere su carta le proprie riflessioni in forma di poetico urlo di dolore, completandole in appendice con una toccante Dichiarazione dei poeti, “una chiamata all’umano inaspettato”, un impegno solenne a resistere alla barbarie.



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