Frida

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Chi è Frida? La bambina di tre o quattro anni che assiste dalle finestre di casa alla rivoluzione da cui sorgerà il nuovo Stato del Messico la cui famiglia, costituita da un ebreo tedesco e una meticcia istericamente cattolica, dà rifugio ai rivoltosi? La bambina dispettosa che a cinque anni scorrazza per casa facendo dispetti alle sue cinque sorelle? Quella di sette che sorride già distaccata e introversa nel ritratto fotografico che il padre Guillermo, fotografo ufficiale del Governo Diaz – finche è durato ‒, le ha fatto? Quella di 9 che ha trascorso mesi immobile a letto a causa di una poliomielite che le ha lasciato una gamba più secca e corta dell’altre? Quella che, guarita reinventa se stessa e un modo originale di correre, pedalare, nuotare, per nascondere il claudicare? La bambina che gioca con un’amica immaginaria disegnando porte da cui evadere? La ragazzina sfrontata e sicura di sé che a tredici anni si iscrive al partito comunista, a quattordici inizia la Scuola preparatoria e insieme ai suoi amici Sfiderà per anni le autorità scolastiche, le convenzioni sociali e familiari, i luoghi comuni culturali e gli schemi di ragionamento precostituiti. La ragazzina che a quattordici anni decide che avrà un figlio dal più grande pittore messicano, Diego Rivera? La donna che anni più tardi quasi morirà provandoci? La ragazzina che in seguito ad un incidente stradale brutalissimo aveva fratture a quasi ogni singolo osso del corpo e che i medici hanno dovuto ricomporre “pezzetto dopo pezzetto, come se si trattasse di un fotomontaggio”? La trepida, focosa diciassettenne innamorata del suo novio Alejandro che implora di dirle che la ama anche se non è vero? La donna che sta sbocciando e non si nega alcuna soddisfazione per le proprie curiosità sensuali, che si regala agli uomini e alle donne senza mai darsi completamente? La sorella tradita? La donna di un uomo che l’ha amata sopra ogni cosa di un amore mai esclusivo, che alla fine non ha capito il suo bisogno di cercare altri amori? La moglie di Diego Rivera? L’amante di Trockij? L’amante di Muray? Una pittrice surrealista come vorrebbe Breton?

Frida è innanzitutto una Messicana e non si può in alcun modo prescindere da questo lato della sua personalità, da quelle componenti ispaniche e precolombiane che in un suo dipinto sono le radici del suo corpo albero, per dare tridimensionalità ad una personalità complessa come la sua. È questa la grande, perfetta intuizione alla base del Frida di Hayden Herreira. Un’opera monumentale che ricostruisce la vita di questa straordinaria messicana, mese dopo mese, anno dopo anno con una minuzia che denuncia lo sconfinato amore dell’autrice, critica d’arte appassionata e mai pedante, per il suo soggetto. La prima parte della vita di Frida è ricostruita attraverso contributi preziosissimi e spesso inediti, quali stupende lettere messe a disposizione dal suo primo fidanzato, diari e testimonianze dei suoi amici che si inanellano ai suoi stessi diari senza soluzione di continuità, creando lo scenario perché il personaggio Frida più complesso, quello che la Herreira definisce una eroina à la García Márquez, sbocci e si sviluppi nella straordinaria pittrice che “dipinge se stessa perché è ciò che conosce meglio”, avendo trascorso così tanti mesi in solitudine, con unico compagno il dolore, fisico e spesso spirituale. Nella seconda parte della biografia le testimonianze fanno invece da cornice alla opere in cui Frida stessa ha disseminato dettagli della propria vita; dettagli che l’autrice ricostruisce e interpreta con erudizione critica ma senza mai forzarne l’interpretazione. A partire dal primo Autoritratto del 1927 un po’ manierista dipinto per il suo novio durante la convalescenza atroce dall’incidente, per finire alle opere esposte a New York e fortissimamente volute da Breton a Parigi nel 1940, che le hanno fatto guadagnare gli applausi di Picasso, un abbraccio di Miro, le lodi di Kandinskij… L’autrice analizza e scompone ogni singola pennellata, ricostruisce le emozioni che guidavano il polso di Frida, ricompone il mosaico della grande donna e del suo tempo con una do viziosità di particolari e un’accuratezza storica che hanno fatto diventare questo testo la principale fonte di ispirazione di Barbara Kingsolver ‒ grandissima autrice poco tradotta in Italia ‒ per la composizione del suo Lacuna. In ciascuna opera Frida Kahlo dissemina pezzetti di sé e della propria dolorosa storia che diventa la storia universale del dolore, dell’amore, dell’amicizia. È attraverso il suo lavoro che Diego Rivera definì “acido e tenero, duro come l’acciaio e delicato e fine come l’ala di una farfalla, adorabile come un sorriso, profondo e crudele come l’amarezza del vivere” che la biografia si ricompone e la risposta alla domanda su chi fosse Frida Kahlo trova una risposta definitiva.



 

 

 
 
 
 

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