Frontiere

Frontiere

Le frontiere sono vecchie come il mondo, ma quando sono storicamente nate? Si può parlare per la prima volta di confini nel momento in cui vengono costruite entità territoriali compatte, come i regni mesopotamici. Ma il vero e proprio atto di nascita della frontiera avviene al congresso di Vestfalia del 1648. È qui che, con il principio del “cuius regio eius religio”, si fa strada il concetto di Stato-nazione, determinato da limes naturali e giuridici che devono essere difesi e protetti dall’esterno. All’interno della struttura statuale non possono che vivere cittadini dello stesso tipo, prodotto di un’omogeneizzazione politica, religiosa, linguistica. Nel corso dei secoli si è cercato di infrangere (si pensi solo al cosmopolitismo settecentesco) l’ideologia della frontiera, ma le barriere tra nazioni sono rimaste, anzi spesso sono aumentate. Oggi siamo di fronte a una proliferazione di confini: oltre a quelli politico-istituzionali tradizionali ve ne sono di più sottili e invisibili di natura economica, sociale, confessionale, presenti tra Stati diversi e dentro a un medesimo Stato. Il problema è che questi “muri” creano divisioni senza nemmeno garantire la sicurezza delle persone…

Negli ultimi tempi le frontiere sono ritornate di grande attualità: si pensi ai muri eretti in Ungheria per respingere i profughi o al progetto di Trump di costruire una grande barriera lungo il confine con il Messico. Eppure Manlio Graziano, docente di Geopolitica e Geopolitica delle religioni, attraverso un’ineccepibile analisi critica dimostra come i confini siano un’illusione di difesa territoriale oltre che un danno allo sviluppo economico. Essi sono il frutto di una visione protezionista e populista che cerca di fare pericolosamente leva sulla paura della gente. Frontiere è un saggio snello che non si limita a raccontare le origini dei confini e la loro evoluzione nel corso degli anni, o a elencare le varie tipologie di demarcazioni esistenti, ma indaga il loro impatto sulla realtà socio-politica mondiale. Con uno stile pamphlettistico molto incisivo Graziano smonta gradualmente la convinzione che la forza di uno Stato si basi su solide frontiere, sostenendo proprio il contrario: l’innalzare barriere non è segno di vitalità ma di crisi e instabilità dello Stato-nazione incapace di metabolizzare l’attuale globalizzazione. Più frontiere ci saranno, meno staremo bene.



 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER