In fuga

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Ah la pioggia… Se soltanto fosse un’estate come le altre, invece che “un’estate di pioggia e poi ancora pioggia”. E poi: dove è finita Flora? E dove si è smarrito l’amore che legava lei, Clara, e Clark? Forse è affogato in tutta quest’acqua che non vuole smettere di cadere in questa stagione così anomala. Non ce la fa più Clara, non resiste, si sente prigioniera di un legame che sembra inesorabilmente spezzato. Nemmeno i cavalli del maneggio che gestisce con suo marito le danno più conforto come è sempre stato fino a questo momento; e soprattutto non è ancora tornata la piccola Flora, l’unica che sembrava capirla veramente. Forse c’è uno spiraglio nella sua vita dal quale provare a respirare ancora? Qualcosa che lega Clara alla sua vicina, adesso che il suo anziano marito, il poeta, è morto. Forse una fuga? Ma si può mai fuggire davvero da quello che non sai nemmeno bene definire ma che ti segue ovunque?... Fatalità è quando il destino si diverte con gli uomini. Perché quell’uomo di mezza età ha scelto proprio lei, Juliet, su quel treno, per fare due chiacchiere? Eppure lei era immersa nel libro ed era chiaro che non avesse voglia di fare conversazione. Poi la scelta di quella parola infelice che, chissà perché l’ha infastidita tanto fino a spingerla ad alzarsi e andare via nella carrozza panoramica piantando lì l’uomo. È stata la scortesia di Juliet – è la prima volta che lei trova il coraggio di fare una cosa simile! – a spingere quello sconosciuto a quel gesto terribile? Di certo è il senso di colpa di lei a spingerla a rivolgere la parola a quel ragazzo, Eric… Anni dopo Juliet si ritrova una vecchia lettera tra le mani. Era il 1969, sua figlia Penelope aveva compiuto tredici mesi e lei aveva deciso che era ora di farle conoscere i suoi genitori. Sua madre, Sara, non stava più tanto bene e le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi tempi, suo padre Sam aveva inspiegabilmente lasciato l’insegnamento per dedicarsi ad un orto e alle marmellate. Inoltre nella sua casa d’infanzia adesso girava una strana donna, Irene…

Cosa distingue uno scrittore bravo da uno che lascia il segno? Quando leggi i racconti della canadese Alice Munro, non a caso definita da Jonathan Franzen la maggiore narratrice del nord America, questa domanda ti ritrovi a fartela. Ti chiedi cosa ci sia in questi otto racconti della raccolta In fuga – una delle più note, soprattutto perché contiene l’unico caso, nella produzione della Munro, di tre storie diverse con la stessa protagonista, “fotografata” in tre diversi momenti della sua vita –, apparentemente così semplici, che ti spinge a divorarli con avidità. Si tratta di otto storie di donne (anzi cinque più una, Juliet) indipendenti, anticonformiste, sempre in lotta, che a volte riescono a vivere almeno un po’ come vorrebbero, più spesso devono invece fare i conti con la realtà e venire a patti con i loro sogni, accettando di godere delle piccole conquiste o dei pochi momenti di felicità possibile. Questi ritratti femminili, immersi in una atmosfera quasi mai luminosa, addirittura cupa, sembrano al lettore appena abbozzati; di fatto restano impressi a lungo anche dopo aver riposto il libro. È una sensazione strana da spiegare, e ci si convince alla fine che, evidentemente, le parole – quelle dette e quelle taciute nelle pause temporali che spesso compaiono all’interno dei racconti – sono di quelle efficaci, quelle scolpite da una scrittura che pare fin troppo facile e invece è nitida, incisiva, quasi spietata. I temi sono quelli cari all’autrice e ricorrenti nelle short stories di cui è considerata maestra indiscussa: i legami familiari, l’emancipazione femminile, i rapporti di coppia, l’evolversi dei sentimenti e dei legami nel tempo. Altra nota distintiva di questa autrice sono i finali irrisolti, conclusioni che sembrano quasi mancare; le storie si interrompono e al lettore resta la sensazione che manchi loro un perché. Ma poi capisce. Non è forse così spesso anche nella vita reale? Non ci sono eventi, né positivi né negativi, che accadono e basta? Così in queste otto storie: brusche sterzate, a volte per caso, altre per destino, a volte determinate da scelte improvvise, altre da imprevisti contingenti, condizionano il corso della vita delle protagoniste. I racconti appaiono quindi come frammenti di vita, fotogrammi netti, quadri minimalisti. Eppure la sensazione finale è che facciano parte tutti – non soltanto i tre racconti che hanno per protagonista Juliet – di una narrazione unica. Che forse riguarda da vicino tutti, come la vita. Nel 2013, dopo altre prestigiosi riconoscimenti, ad Alice Munro è stato assegnato il Nobel per la Letteratura. Bisogna leggere i suoi racconti e scoprire perché se l’è ampiamente meritato.



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