Fuga da Villa del Lieto tramonto

Fuga da Villa del Lieto tramonto
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Se l’inferno ha un colore, un odore, un suono, un sapore questi sono il grigio delle nuvole di polvere sospese perennemente a mezz’aria, il tanfo di chiuso che emana da una Villa del Lieto Tramonto avvolta nella plastica e con le finestre sigillate, la cacofonia dei muratori estoni della Ditta Lava & Lucida che spaccano muri, rompono tubature, compaiono inaspettati nelle stanze di donne in deshabillé, bestemmiano in molte lingue e sono versati nel furto con destrezza, la consistenza acquosa dei pasti precotti inedibili che sostituiranno a tempo indeterminato la sbobba cucinata “in house” e che ça va sans dire, vanno pagati a parte. Chi poteva è già scappato: l’ambasciatore è fuggito a farsi accudire dalle sue ex moglie dai suoi figli, abbandonando la neosposa Anna Liisa depressa e alla mercé di ladri e amministratori avidi. Siiri e Irma, i cui appartamenti sono ora potenzialmente uno solo dato che la parete che li separava è stata divelta, nel corso delle loro peregrinazioni in tram prendono una decisione: bisogna scappare al più presto, trovare un appartamento e costituire una comune! Eino è ormai ricoverato in preda alla demenza Nido dello Scoiattolo, ma con loro andrà Margit (anche se non ne sono proprio felicissime), Anna Liisa e li raggiungerà anche l’ambasciatore, che ha messo a disposizione un bellissimo appartamento con le pareti di broccato rosso. Tra bucati, cucina condivisa e visite impreviste, Irma e Siiri non riescono a fare a meno di interrogarsi su alcune cose che nella ristrutturazione della Villa, proprio non tornano e le due, ormai senza speranza di riscuotere l’assicurazione sulla vita che è scaduta perché non sono morte entro il novantacinquesimo anno di età, si lasciano coinvolgere in indagini, denunce, petizioni al municipio mentre imparano piccoli escamotage di sopravvivenza di base alla criminalità organizzata…

Anche il secondo volume della Trilogia del Lieto Tramonto è una godibilissima opera in bilico tra amarezza e ironia, con tocchi di colore sociale che, se è vero che possono essere meglio apprezzati da chi conosce la cultura scandinava e la sociologia urbana di Helsinki, non mancano però di interessare anche chi approcci da profano la lettura di Fuga da Villa del lieto tramonto. Minna Lindgren è una giornalista d’inchiesta che ha vinto molti premi e che si è avvicinata alla letteratura dopo aver pubblicato un’inchiesta molto approfondita ispiratale dalla malattia di suo padre, sulla sanità finlandese e sui sistemi assistenziali privati che nel Paese sono stati delegati dallo Stato alla cura degli anziani. La denuncia che la Lindgren fa è quasi paradossale per le nostre orecchie, ma, di fatto lamenta che l’approccio del sistema sanitario nazionale sia ipermedicalizzato e che spinga le cure degli anziani oltre il limite della dignitosa morte a cui tutti avrebbero diritto. La teoria paradossale di cui Irma e Siiri si lamentano con garbata ironia è che “debbano morire in salute” e cercano di sconfiggere il paradigma come possono: alcool terapeutico alle nove del mattino o ficcanasare in una ristrutturazione sospetta, o ancora impicciarsi del misterioso e forse opaco passato del loro amico ambasciatore. Ancora una volta il giallo è solo una delle molte sfumature di questo godibile testo che, come il primo volume Mistero a Villa del lieto tramonto, è stato trasformato in una commedia teatrale e televisiva di successo.



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