Fuga dal Campo 14

Fuga dal Campo 14
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2 gennaio 2005. Il 23enne nordcoreano Shin In Geun riesce a oltrepassare la recinzione elettrificata di un campo di prigionia per reati politici sperso tra le montagne e fuggire. Un mese dopo raggiungerà la Cina e da lì una nuova vita, in un mondo di cui per tutta la sua infanzia e giovinezza non ha saputo nulla. Perché Shin In Geun nel Campo 14 ci è nato, non ce lo hanno rinchiuso per qualche colpa, per quanto cervellotica. Non è un dissidente politico nordcoreano, è solo la vittima di un fato terribile, di una mostruosità giuridica e morale. È un bambino cresciuto in un lager dove vigono regole spietate e si può essere fucilati anche per una chiacchierata innocente. È uno che in 23 anni non ha mai sentito pronunciare la parola “amore”, con un corpo che è una mappa di cicatrici e deformità indotte da violenza e malnutrizione. Da adolescente è stato rinchiuso per otto mesi in una prigione sotterranea nella quale è stato torturato con crudeltà per strappargli una confessione di complicità con la madre e il fratello più grande, accusati di tentativo di fuga dal Campo 14 e per questo giustiziati. Ustionato, fratturato e slogato, non ha confessato nulla, “per il semplice motivo che non aveva niente da confessare”. Non aveva cospirato per scappare: non ha mai neppure sognato una vita fuori dal campo…

Questo documento giornalistico di grande impatto emotivo firmato dal corrispondente in Asia del “Washington Post” ha avuto una stesura tribolata. Blaine Harden, sempre a caccia di storie, ha incontrato Shin In Geun per la prima volta nel 2008 a Seoul, dove il fuggiasco conduceva una esistenza borderline e lontana dai riflettori malgrado avesse già pubblicato una autobiografia in lingua coreana, passata inosservata. Solo dopo nove mesi di trattative, pressioni e ripensamenti Harden ha conquistato la fiducia di Shin Dong-Hyuk (ha cambiato nome perché si percepisce come rinato, come persona del tutto diversa da quella che era, come diversa è oggi la sua vita) e raccolto – nell’arco di ben due anni – la sua terrificante testimonianza. Malgrado nel tempo sia emersa qualche incongruenza nel racconto del nordcoreano (alcune evidenziate già da Harden), la sostanza non cambia, il dramma resta intatto e colpisce come una bastonata il lettore. Il raggelante reportage-intervista del giornalista statunitense porta sotto la luce dei riflettori un problema spesso trascurato dalle istituzioni internazionali (per non parlare dell’opinione pubblica), quello dei campi “di lavoro” nordcoreani, che ufficialmente non esistono - ma sono visualizzati persino da Google Earth - e “ospitano” circa 200.000 prigionieri, nella maggior parte dei casi per tutta la loro vita. Fuga dal Campo 14 serve quindi innanzitutto a spezzare il ghiaccio dell’indifferenza. Una indifferenza più brutale della peggiore tortura.


LEGGI L’INTERVISTA A SHIN DONG-HYUK


 

 

 
 
 
 

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