Fuga dal paradiso

Fuga da paradiso
«Ha già deciso cosa vuole ordinare, signora?» chiede il cameriere a una donna seduta al tavolino del ristorante da quasi tre ore. Lei stringe tra le mani una scatola di latta e ha gli occhi persi nel vuoto: «No, sto aspettando mia f...» si corregge, « ...una persona». Siamo a Miami, è l'estate del 2005, tra pochi giorni l'uragano Katrina si abbatterà sulla Florida, intanto c'è questa famiglia. C'è Felice, una figlia: è scappata da casa cinque anni fa, appena tredicenne. C'è Avis, una madre: dorme su una sedia per impedirsi incubi troppo comodi. C'è Brian: un uomo d'affari, brillante, ma non come padre. C'è Stanley, un fratello: oscurato dall'assenza della sorella, coltiva in disparte il piccolo sogno di aprire un supermercato di cibo biologico. Questa è la famiglia Muir. Sulla scrivania dell'ufficio di Brian una foto li ritrae: tutti, tranne Felice. O forse Felice è quell'espressione spenta sul viso degli altri, quel vuoto si che mangia le loro facce. Stanley e Brian rifiutano di cedere ai ricatti di Felice, non la vedono da anni; Avis, invece, accetta ancora di incontrarla ed è per questo che adesso la sta aspettando. Da quasi tre ore. Ha preparato i biscotti che sua figlia amava da bambina, li ha messi in quella scatola di latta. Posa le mani sulla superficie metallica e aspetta. Ogni tanto guarda l'orologio cercando di giustificare il ritardo: forse lei ha perso l'autobus, forse ha incontrato qualcuno ma sta per arrivare, forse. La verità è che sua figlia non verrà all'appuntamento e passeranno altri giorni, chissà quanti, senza di lei. Ora Avis va a a casa, torna al suo vuoto, alle domande senza risposta. A casa. Per strada regala i biscotti a un senzatetto che chiede la carità e aggiunge anche una manciata di banconote da cinquanta dollari, erano per Felice. Come se aiutando un vagabondo qualsiasi potesse in qualche modo arrivare al cuore di sua figlia... 
Fuga dal paradiso è la storia di un'adolescente che scappa da casa e di una famiglia che aspetta.  Non è una fuga d'amore, non un allontanarsi temporaneo in cerca d'avventura, ma un taglio netto del cordone ombelicale. Per più di quattrocento pagine ci si chiede perché a soli tredici anni Felice abbandoni il guscio protettivo costruito per lei dai suoi genitori. La risposta arriva, ma lentamente, dopo una manciata di indizi e qualche sospetto, e non è esauriente. Genera ancora più domande. Mentre si formulano ipotesi, si conosce la famiglia Muir: i loro errori, i successi, le aspirazioni e i rimpianti. Sono loro, più della trama, più della città che fa da sfondo (una Miami contraddittoria, multietnica e razzista, milionaria e disgraziata, pericolosa e piena di giovani che bruciano le loro vite tra droga, skate e soldi facili), il vero punto di forza di questo romanzo. Loro che, senza riuscirci, tentano di combattere l'assenza di Felice concentrandosi sul lavoro. Diana Abu-Jaber ne descrive i dettagli più intimi, le cicatrici meno visibili e a fine lettura il vuoto depositato negli angoli più bui delle loro coscienze risulta così ben raccontato che sembra quasi di poterlo toccare. Di padre giordano e di madre americana, la Abu-Jaber con questo romanzo ha vinto l'Arab American Book Award. 

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