Fuoco al cielo

Musljumovo, 11 febbraio 1996. Tamara riesce ad afferrare il coltello della carne e se lo punta alla gola. Vladimir le prende il polso, quel polso magro, con quella mano ossuta e quelle unghie con lo smalto scrostato: il coltello cade. L’uomo si distrae, cerca una candela perché la lampadina appesa al soffitto lampeggia e il sole non è ancora sorto. Tamara ne approfitta per afferrare nuovamente il coltello e lui questa volta rimane immobile: ama quella donna, ma ormai le emozioni sono finite, non esistono più parole, né lacrime. La prende per le spalle, tenendola, quando un lampo improvviso illumina quel buio solo per un attimo e Vladimir e la donna che ama più di ogni cosa si ritrovano uniti da una lama. Lui se ne va, lasciandola da sola nel buio della stanza e dell’anima. Tamara e Vladimir vivono insieme a Musljumovo, un villaggio incastonato nei monti Urali, nel versante sud-occidentale della Siberia. È un villaggio fantasma, fatto di strade vuote, case semi-distrutte, che costeggiano il fiume Teča. Sulla statale, un cartello indica che è vietato fermarsi a Musljumovo e per i successivi trenta chilometri: tutti i villaggi intorno alla città segreta sono chiusi. La casa di Tamara si trova a poco più di centocinquanta metri dal fiume: Vladimir a volte scompare per giorni interi, poi torna, poi scompare nuovamente. Il suo amato Vladimir non è povero, ha una casa sua, ben fatta, con un piccolo prato sul retro: fa l’infermiere ed è originario di Mosca. Doveva restare solo due mesi in quel villaggio della morte, dove il latte delle mucche è veleno, perché le bestie bevono l’acqua contaminata del fiume, dove il consumo di droghe è altissimo, perché la realtà è orribile, dove i funghi e le more sono bellissimi, ma velenosi. Vladimir non ha più voluto andare via perché si è innamorato di Tamara, quella filiforme e sciatta insegnante. Quella donna che una volta era orgogliosa di insegnare nella scuola del villaggio: per due volte alla settimana sedeva su quella cattedra e si sentiva padrona della Terra. Adesso in quello che era il suo mondo, alloggiano macerie, topi e sporcizia. Si sono amati i due giovani, sono stati felici, in una terra avvelenata e contaminata, fino a quell’11 luglio 1994, quando la peggiore delle tragedie stravolge ulteriormente le loro vite già martoriate…

Tamara Vasil’evna Prosvirina, numero 718, percepisce tutti i mesi un sussidio dallo Stato, misero a dire il vero, solo milleduecento rubli. Quella miseria in cambio della sua bocca cucita e per essere stata brava a non aver abbandonato Musljumovo. Tamara che lì, tra quelle macerie, in quel territorio contaminato da cesio, stronzio e plutonio dove ha visto morire tra vomito e sangue i suoi genitori, trova l’amore, quello che travolge la mente e unisce indissolubilmente i corpi. Tamara che a un certo punto diventa “Tamara la pazza”, quella da curare, quella da ricoverare. Fuoco al cielo è l’ultimo romanzo di Viola Di Grado, tratto liberamente dai fatti realmente accaduti a Čeljabinsk nel 1957, quando un grave incidente nucleare coinvolse l’impianto di riprocessamento per il combustibile di Majak, mietendo molte vittime. La maggior parte di queste non erano abitanti della città colpita, bensì del territorio che si estende tra gli Urali e i fiumi Iset’ a nord e Uj a sud. Quella parte di territorio per anni è stata riconosciuta come una delle più contaminate del globo e solo nel 1992 è stato abolito il divieto di entrata per gli stranieri. La Di Grado, pur facendo riferimento a questa terribile vicenda, in Fuoco al cielo sposta l’attenzione sulla storia d’amore dei protagonisti. Un amore che inizialmente tinge di normalità la vita dei due giovani, in un villaggio dove alberga la distruzione. Un sentimento che piano piano si trasforma in qualcosa di forte, di potente, di tormentato in un posto dove nulla ha più forza. Un ardore che diventa possessione, con amplessi animaleschi, che nulla più hanno a vedere con il sentimento. Un amore che resiste, ma in maniera malata, che si lascia inevitabilmente avvelenare dalla malattia della natura che lo circonda. L’amore che salva, poi distrugge, poi ancora salva. Quelle stesse emozioni e quelle stesse percezioni, di cui l’autrice catanese narra anche in Bambini di ferro, il romanzo del sentimento che può essere purezza e salvezza (come quello che si sviluppa tra Yuki e Samiko) o che può essere profondamente malato (come quello delle madri robotiche, capaci di somministrare l’amore perfetto). Anche la passione tra Tamara e Vladimir conosce l’alternanza tra salvezza e perdizione. Viola Di Grado, con la sua penna forte e graffiante, consegna al lettore un romanzo dalla trama fitta, massiccia e singolare. Una lettura che a tratti toglie il fiato, dove dalla potenza del linguaggio, emergono nella loro interezza l’amore e il dolore dell’anima, dove le parole asciutte ed essenziali, riescono a scavare nei meandri della coscienza.



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