Fuori da Gaza

Fuori da Gaza
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I cieli di Gaza sono l’unico orizzonte illimitato in cui possono spaziare gli sguardi dei fratelli Mujahed perché i muri, i blocchi armati alle frontiere impediscono di vedere la loro terra, i luoghi che appartengono al loro popolo e che possono solo immaginare. Khalil li immagina mentre se ne sta strafatto su un tetto, lasciando la sua mente a librarsi su territori dalle geometrie velate dalle nebbie dell’erba che ha fumato. Li immagina e al contempo sogna una via d’uscita che si presenta quando la sua non fidanzata, la britannicissima Lisa, innamorata dell’idea che ha dei palestinesi molto più che della limitatissima incarnazione che ne è Rashid, gli fornisce la possibilità di accedere a una borsa di studio a Londra. La sua gemella Iman, al contrario, li immagina come qualcosa di concreto, al cui raggiungimento e alla cui liberazione lei può fattivamente contribuire attraverso l’impegno col Comitato delle Donne. Se la sua determinazione non è riuscita ancora a scalfire la diffidenza delle sue compagne politiche verso il suo status di nuova arrivata al seguito di genitori ex fuoriusciti ha, però, colpito nel segno con un’ala molto più “seria” del movimento, che invia da lei la lugubre Manàr in qualità di emissario per saggiarne la “serietà delle intenzioni”. Sabri, il fratello maggiore dei due, li fissa dalla sua sedia a rotelle mentre si strugge nei rimpianti per sua moglie Lana, per la faida interna al suo popolo che sta facendo il gioco degli israeliani e rendendo ogni giorni più vano il suo sacrificio: la prigione, le torture, l’amputazione delle sue gambe i cui moncherini preferisce nascondere sotto una scrivania persino in presenza dei familiari, la vita accademica che Rashid sta vivendo al posto suo, tutto sembra scolorire e perdere di senso, sepolto sotto la coltre di polvere che l’arresto di Abu Omar, l’ondata di attentati fratricidi e i bombardamenti israeliani hanno sollevato. Ciascuno dei tre fratelli si costruirà un’ampia rete di rapporti tra Gaza, Londra e il Golfo, ma, ciascuno di loro dovrà anche imparare a filtrarli e tutti e tre finiranno per vie e motivi e pagando prezzi diversi, per rendersi conto dell’enorme divario che separa le lusinghe dall’affetto sincero, l’idealizzazione dei ruoli dall’amore totale che include le imperfezioni e le debolezze dell’altro…

Selma Sabbagh ha un talento particolare nel tratteggiare le debolezze dei suoi personaggi. Una delle moltissime qualità di Fuori da Gaza, è proprio l’assoluto, perfettamente misurato, mai soverchiante e britannicissimo sense of humour con cui la scrittrice anglo-palestinese guarda ad entrambi i popoli che le hanno dato origine. Lucida nell’analisi delle contraddizioni e dei conflitti che dividono il popolo palestinese dentro e fuori dai ristretti confini in cui alcuni di loro sono costretti a vivere, l’autrice ‒ pur non risparmiando le pennellate caustiche ‒ mantiene una certa cautela nel dipingere gli scenari in cui si dibattono le vite dei Palestinesi a Gaza. Il suo sguardo si fa quasi tenero quando dà a Iman un’innocenza che le viene dal pudore, dalla mancata esposizione ai rapporti con l’altro sesso e che la rende vulnerabile nei sentimenti per Raed mentre è forte, agguerrita, determinata nelle questioni politiche. Il suo stile acquista, però, in sicurezza e sfrontatezza quando la temporanea incursione londinese di Rashid le dà l’occasione di cimentarsi il versante britannico del racconto. Il pranzo della domenica a casa della famiglia di Lisa, l’uscita al pub con i suoi amici “impegnati per la causa palestinese” vista attraverso il contrappunto dello sguardo disincantato di Charles Denham, sono capolavori assoluti di scrittura e un corposo indizio del talento di questa giovane autrice, che riesce a costruire un romanzo corale in cui trovano spazio voci dissonanti e cacofoniche, ma anche l’afonia dell’impotenza, il mutismo della paralisi da cui l’inconcludente Rashid si scuote solo all’ultimo. Nonostante l’autrice abbia trascorso a Gaza solo i tre mesi che un visto turistico non rinnovato le ha consentito a ventidue anni, riesce a rievocarne le atmosfere, gli stati d’animo e frustrazioni dei suoi abitanti in maniera molto credibile, senza cedere alle mistificazioni retoriche e senza alcuna indulgenza all’approccio romantico che è una tentazione sempre presente quando si affrontano temi e “cause” che vedono impegnati diritti contro pretese, sentimentalismi contro pragmatismi, armi contro parole.

LEGGI L’INTERVISTA A SELMA DABBAGH



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