Furia

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New York, giugno 2000. La prima estate del nuovo millennio rosola la gente a fuoco lento. La città però non ribolle solo di caldo: ribolle di denaro. Gli affitti e i valori immobiliari non sono mai stati così alti, ogni ora si apre un nuovo ristorante. Negozianti, grandi magazzini, gallerie fanno di tutto “per soddisfare la domanda sempre crescente di prodotti sempre più ricercati”. In questo scenario da trionfo consumistico si muove il professore cinquantenne di origini indiane Malik “Solly” Solanka, con il suo panama, il suo bastone e il suo completo di lino color panna. È a New York da poco, in cerca di solitudine in un magnifico appartamento dell’Upper West Side. A Londra – dove si era trasferito più di dieci anni prima dopo aver mollato la vita accademica a Cambridge – ha lasciato sua moglie Eleanor e il figlio di tre anni, Asmaan. Ogni tanto lei chiama Solly al telefono, lo rimprovera (ma senza esagerare) e si mette a piangere: “(…) Senza una ragione al mondo né un brandello di spiegazione plausibile tu ci hai piantati in asso, hai varcato un oceano e tradito le persone che hanno più bisogno di te e ti amano di più, e che ti amano ancora, accidenti, malgrado tutto”. Eleanor non vuole divorziare. Lo vuole indietro. Ma l’ex professore non vuole tornare alla sua vita, per ora. Né al suo lavoro per la BBC: tra l’ironia dei suoi ex colleghi e dei suoi amici, anni prima Solanka ha creato una serie tv educational per bambini – Le avventure di Cervellino – in cui delle marionette simili ai Thunderbirds discutono di filosofia, e ci ha fatto una barca di soldi nello stupore generale…

Furia è forse il romanzo di Salman Rushdie in cui sono presenti più ingredienti autobiografici. Come il suo Malik “Solly” Solanka in quel periodo lo scrittore si era trasferito a New York da Londra (con un passato anch’egli al King’s College di Cambridge), come lui cercava nella cacofonica e colorata età dell’oro della Big Apple – che dopo poco più di un anno sarebbe precipitata nell’incubo dell’11 settembre – un antidoto alle pesantezze paludate dell’ambiente culturale britannico. La bellissima ragazza indiana Neela – con la quale l’amico del protagonista di Furia, il promiscuo e spregiudicato Jack Rhinehart, ha un flirt nel romanzo – è poi con tutta evidenza Padma Lakshmi, la stupenda modella e presentatrice televisiva che allora viveva con Rushdie dopo la fine del terzo matrimonio dello scrittore, che lo avrebbe sposato a sua volta nel 2004 e da lui avrebbe a sua volta divorziato (con una velenosa coda di polemiche) nel 2007. Ma tutto questo – e così i continui riferimenti alla cronaca e alla cultura di quegli anni, così la sottotrama del serial killer che fa strage di donne con un grosso frammento d’asfalto (tra parentesi molto meno centrale nel romanzo di quanto recensioni frettolose e quarta di copertina facciano credere) – è solo un pretesto: a Rushdie preme raccontare qualcosa di diverso, quel mix tra spleen e hýbris che pare essere il tratto distintivo dell’uomo contemporaneo, anzi dell’uomo di sempre: “Questo è ciò che siamo, che cerchiamo di dissimulare attraverso la civiltà: la terrificante belva umana che abbiamo dentro, l’esaltato, trascendente, autodistruttivo, scatenato signore del creato”, la furia. Lo fa con talento narrativo scintillante, con raffinatezza, con pulizia, con humour.



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