Furibonda cresce la notte

Furibonda cresce la notte

“O Pierri io ti ho amato così profondamente che sono caduta in un baratro di solitudine”. È decisa Alda e insiste, insiste in ogni telefonata quotidiana, in ogni lettera accorata come questa che - come lei stessa aggiunge a mò di dolente codicillo a piè di pagina – sarà una “Lettera d’amore che resterà senza risposta alcuna”. E ancora, dedica poesie a quell’uomo che non si decide a dirle di sì, e nei versi lo esorta “muoviti infine al maritale passo”. Ogni tanto la sofferenza sembra sopraffarla, ma poi torna a ricordargli che “resta l’ala purissima del bene” e quindi “per questo amore, amor, amami / ancora”. Da quella prima telefonata tra lei, Alda Merini, la poetessa milanese, e lui, Michele Pierri, il medico poeta di Taranto, è nata una sintonia profonda, un legame che – benché fatto esclusivamente di parole affidate ora alla carta ora ai fili del telefono che attraversano l’Italia da nord a sud – diventa sempre più forte. Tra due anime così l’amore può essere fatto di parole, tra due poeti l’amore può nutrirsi di versi: “Dirti ti amo per un poeta / assume un significato diverso / dal volgere umano delle cose”. Lui è diventato il suo sostegno, la sua forza; lei è determinata a concretizzare quel legame e gli scrive:”Avrei voluto Michele questo connubio per portare un po’ allegria nel tuo bel cuore ma vi avrei portato anche momenti di profonda tristezza perché so che tu dividi le mie pene e i miei guai”. Lei, Alda, avrebbe anche bisogno di una sicurezza economica adesso che è sola, adesso che a Milano sente attorno alla sua poesia tanta diffidenza. E soffre per l’esitazione di Pierri:”Non so più se ti voglio bene so che sono sola e che ho un freddo terribile nel cuore, che vorrei morire per scampare alle malignità della gente”. Poi il medico poeta la sposa davvero la sua Alda, ma il destino con lei non ha smesso di essere crudele: dopo poco tempo una grave malattia le porterà via suo marito, lei non reggerà a questo nuovo grande dolore e ancora dovrà fare i conti con le sue nevrosi. Tutta cuore a istinto Alda, esposta come senza pelle a tutti graffi della vita: “Nessuno vuole questo mio straccio misero di umanità che è stata percossa da tutti i lati”…

Nel 1981, con una telefonata, ebbe inizio un legame profondo, nutrito per anni di parole quotidiane scambiate attraverso poesie, lettere e telefonate, tra due anime dalla sensibilità fuori dall’ordinario. Michele Pierri è un anziano medico e poeta di Taranto, molto apprezzato nell’ambiente culturale locale e nazionale, è vedovo e ha dieci figli; Alda Merini ha una trentina d’anni di meno, sta perdendo suo marito gravemente malato, vive a Milano in un ambiente che non sente favorevole e periodicamente è soggetta alle sue crisi di nervi. In quell’uomo che sembra comprenderla così a fondo lei trova un punto di riferimento importante e vorrebbe che il loro legame si concretizzasse in un matrimonio (anche per un motivo pratico di natura economica, nonostante lui non manchi di aiutarla anche durante questi primi anni). Pierri però esita, per vari motivi. Ma il 6 ottobre 1984, lui ormai ottantaseienne si decide e con rito religioso si sposano a Taranto. Fino al 1987, quando Pierri si ammala gravemente e poi muore, Alda resta a Taranto e questi sono per lei anni felici e considerati i più creativi nella sua produzione. In questo breve ma prezioso libriccino, a cominciare dalla illuminante introduzione del curatore Silvano Trevisani, sono riportati carteggi inediti, lettere e poesie relative a quegli anni non esclusivamente dedicate a Michele Pierri ma anche a quello tra i suoi figli cui la poetessa si legò, e ad amici intellettuali e artisti che fecero parte delle loro vite. Questi documenti sono quelli che hanno ispirato a Trevisani un altro libro, Michele Pierri e Alda Merini, una storia d’amore sconosciuta, e gli hanno consentito di rivedere e ridimensionare, quando non di capovolgere, quanto si è sempre creduto degli anni tarantini di Alda Merini, quei sei anni che la videro serena, culturalmente attiva e prolifica nella scrittura, a cominciare dalla convinzione che l’anziano medico fosse affetto da demenza senile quando si lasciò convincere a sposare sostanzialmente una profittatrice. Si trattò invece di un sentimento reale e profondo da parte di entrambi, nutrito dalla “attenzione e la dedizione che egli le offre, e che non ha eguali in nessun altro rapporto di Alda”. Pierri, tra l’altro, era convinto – e aveva ricevuto conferma dalle consulenze mediche psichiatriche chieste ad amici e colleghi – che lei “non fosse mai stata davvero pazza bensì solo affetta da una ipersensibilità accresciuta dalle circostanze della vita, dalle delusioni, prima artistiche e culturali, poi sentimentali”. Tutto questo a cornice del grande equivoco, falso e offensivo, in realtà nato anche da molti versi di Alda, ovvero “la leggenda dell’internamento nel manicomio di Taranto” dove avrebbe conosciuto indicibili orrori. Dal punto di vista di Alda, spiega il curatore, la malattia e la morte di Pierri furono un dramma così insopportabile da trasfigurarne il dolore nelle immagini spaventose di presunte sofferenze patite in manicomio. Chissà, forse sovrapponendo immagini dei quindici anni trascorsi nel manicomio di Milano tempo prima. Ma anche da un punto di vista oggettivo la realtà racconta altro: la Legge Basaglia entrata in vigore nel 1978 non avrebbe reso possibile un ricovero in un manicomio a Taranto che nel 1987 quindi sarebbe stato chiuso; la verità ulteriore è che a Taranto un manicomio pare non esserci mai stato. Le cose invece andarono ben diversamente: consapevole della morte imminente di Pierri (e quindi della fine anche della situazione di equilibrio conquistata) la Merini chiede aiuto ai medici che la conoscono e le consigliano il ricovero nel reparto di Neuropsichiatria dell’Ospedale Civile di Taranto. Dopo pochi giorni viene dimessa e, “malata di nostalgia”, torna a Milano accompagnata in aereo da due dei figli di Michele, quelli che più le sono vicini. Questa la verità dietro la sofferenza e gli orrori che per tanto tempo si è creduto lei avesse subito; come dire, per lei gli esiti percepiti furono gli stessi, ma derivati da realtà oggettive diverse. L’equivoco, si diceva, è nato anche dalla lettura dei versi di Alda spesso non sostenuta da una conoscenza profonda della sua biografia e della natura della sua poetica. Ben venga quindi un lavoro documentario così attento che lungi dal togliere qualcosa ad Alda Merini ce ne consegna tratti più umani, anche miseramente umani all’occorrenza, che ci aiutano a conoscerla meglio, senza per questo amarla meno. Conclude il volumetto una piccola antologia di epigrammi scherzosi, ironici e dissacranti, a volte anche triviali, in milanese, tradotti dall’amico di sempre, quello straordinario Alberto Casiraghy che ancora a Milano stampa a mano con caratteri mobili i fantastici libriccini della Pulcinoelefante, tra i quali ce ne sono tanti bellissimi dedicati ad Alda Merini.



 

 

 

 
 
 
 

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