Furore

Furore
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La Grande Depressione che nel 1929 colpì il fiorente stato americano e il suo sistema economico ebbe origine nelle piazze borsistiche per mano di avidi speculatori, ma i danni che tale disastro generò non si riversarono sulle classi agiate che causarono il dissesto, bensì colpirono la parte più debole della società. Fu così che migliaia di famiglie di contadini - appartenenti ad una classe povera, con la propria “povera” dignità e provenienti da anni di magri raccolti e ipoteche sui terreni - si trovarono impiccati dalla stretta creditizia che banche bisognose di risanare i propri bilanci vantarono nei loro confronti. Senza più soldi, senza più terra, senza più casa e con la sola speranza di ritrovare in California la possibilità di sopravvivere, la famiglia Joad - come molte altre - partì lungo la statale 66 lasciando lo stato dell’Oklahoma. Centinaia di migliaia di emigranti, con in pugno un volantino arancione che prometteva 800 posti di lavoro, viaggiarono verso il sognato West, inconsapevoli della triste realtà che presto avrebbero scoperto…
Testo esemplare sia per lo stile moderno adottato da John Steinbeck che per le tematiche affrontate all’interno dell’opera, Furore non è solo un esempio letterario perfetto per riscoprire la storia della letteratura americana del XX secolo, ma rappresenta - e racchiude tra le sue pagine - il modello strutturale del “sistema-mondo” che il capitalismo americano ha generato. Dato alle stampe nel 1939 esso funge da lente di ingrandimento per rileggere il nostro presente: “Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro, e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta.” E allora domandiamoci senza timore che cosa è cambiato in questi ultimi settant’anni? Poco o nulla: il sistema gerarchico che regola la nostra vita in quanto insieme di individui appartenenti ad una società e - senza scomodare speculazioni marxiste - le nostre vite private ed intime è sempre il medesimo. Proletari o schiavi, dipendenti o precari, scopriamo le nostre esistenze in bilico su un filo di lana fatto oscillare dalle medesime mani che detengono forti concentrazioni di capitali. Nulla di nuovo, d’accordo, resta da capire come e quanto sia giusto ripagare con le nostre sofferenze e con i nostri stenti una crisi economica che, a ben guardare, non siamo stati noi a generare, ma che ciononostante è su di noi che si abbatte. Come quel bambino bastardo che all’asilo dopo aver spaccato qualcosa lo passa di mano all’ingenuo compagno di giochi accusandolo della marachella, banche e imprese, privati e stati tirano la banconota “sistema-mondo” sino alla rottura, salvo poi riversare su di noi gli effetti. Il poco che è cambiato dal 1929 a oggi è cambiato a nostro svantaggio: precari e soli, senza associazioni di categoria o sindacati, umiliati nell’intimo e senza diritti da rivendicare, assistiamo impotenti ad una “crisi-globale” con “effetto-personale”.

 

 

 

 
 
 
 
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