Gabriel García Márquez - Lo scrittore nel labirinto di ogni giorno

Gabriel García Márquez - Lo scrittore nel labirinto di ogni giorno
Un uomo accarezza con le nocche il muro ocra di una casa a Cartagena, in Colombia, i bambini della scuola stanno sillabando una bella filastrocca, un ragazzo magro sta lavando una macchina. Ancora qualche ora e, finalmente, l’uomo  incontrerà lo scrittore che insegue invano da quattro anni. È partito dall’Argentina, il giornalista e scrittore Rodolfo Braceli, per poter intervistare il premio Nobel Gabriel García Márquez. “La devo avvisare che ormai mi hanno già fatto tutte le domande possibili e immaginabili. Venti minuti bastano e avanzano, vedrà.” E invece, vuoi per la bravura dell’intervistatore, vuoi per la rilassata gentilezza del grande scrittore, le cose – con grande gioia del lettore – in quel settembre 1996 andarono diversamente…
Quando Márquez chiede a Braceli che tipo di intervista vuole fargli, lui risponde candido “sono solo venuto a conversare a con lei, García Márquez. Non credo più di tanto alle serie coerenti di domande, mi sembrano di importanza relativa. Tante volte siamo schiavi delle nostre domande..” Ovvio che tale approccio non può non piacere allo scrittore colombiano che, passando da un’arguzia all’altra, da un ricordo a un motto di spirito, parla di sé, della sua famiglia e, soprattutto, di come sono scandite le sue giornate e del ruolo predominante che la scrittura occupa nella sua quotidianità. Scopriamo così che Gabriel García Márquez  si sveglia alle 5 del mattino e legge per almeno due ore, poi si mette a scrivere fino alle due, dopodiché pranza, fa la siesta, e nel pomeriggio gioca a tennis. La sua giornata è scandita da regole ferree, perché solo in questo modo, solo con la disciplina (come del resto sosteneva anche Hemingway) arriva quel momento davvero sublime in cui le cose che scrivi vengono spontaneamente senza fatica, come se qualcuno te le stesse sussurrando in un orecchio. Márquez è uno che ha la testa piena di storie, gli arrivano così, lo visitano, e lui non prende alcun appunto, perché sa bene che, se una storia non se ne va, se continua a ricordarla, allora quella è la storia che deve scrivere. La chiacchierata va avanti e lo scrittore parla dei suoi genitori, della madre che leggeva con grande attenzione i suoi romanzi e lo criticava quando cambiava o trasformava la realtà; del padre, che non ha mai accettato che il figlio lasciasse gli studi per dedicarsi alla scrittura, tanto che la laura honoris causa data al figlio dalla Columbia University lo rese più felice dell’assegnazione del premio Nobel. Inevitabile parlare della morte, tema al quale Márquez ha iniziato a pensare dopo i sessant’anni, quando s’è accorto che quella cosa terribile sarebbe capitata inevitabilmente anche a lui. Il segreto sta nel non perdere tempo, nel fare le cose che si amano e stare il più possibile con gli amici. La vera paura che il grande scrittore rivela, l’unica che lo preoccupa, è la paura del ridicolo. Un agile e prezioso reportage che permette di apprezzare ancora più a fondo uno degli scrittori più amati dell’America latina o di potersi avvicinare a lui nel caso non lo si conosca ancora. Mentre si sfogliano le pagine sembra quasi di sentire gli scricchiolii della sedia, il fruscio leggero del registratore e le voci dei bambini della scuola vicino alla casa dello scrittore. Una casa appena costruita, “una casa che devo ancora ammorbidire come un paio di scarpe nuove”. Completano e arricchiscono il volume due scritti di Walter Mauro e Romana Petri.

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