Gelo

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Il chirurgo Strauch invia uno dei suoi giovani studenti a Weng affinché compili un rapporto dettagliato sulle condizioni mentali e sociali in cui vive il pittore Strauch, suo fratello. Lo studente, che rimarrà anonimo, è l’io narrante attraverso i cui sensi scopriamo la cupa, tetra, gelida realtà del villaggio di Weng e dei suoi abitanti. Weng è situato su un’altura chiusa tra due interminabili pareti di roccia, remoto e quasi irraggiungibile, se non attraverso una linea ferroviaria, unica in grado di aggirare le pareti altrimenti invalicabili, e una ripida ascesa a piedi, un calvario innevato di 5 chilometri. Lo studente spiega in apertura di aver accettato l’incarico in quanto “la pratica di ospedale non sta solo nell’assistere a complicate operazioni intestinali, “(…) pinzare, incidere, assistere a nascite a morti, correre dietro al primario, all’assistente e all’assistente dell’assistente (…) La pratica di ospedale deve anche fare i conti con realtà e possibilità extra corporee”. E affronta quello che sarà un viaggio di 27 giorni alla scoperta dei più abietti, intimi recessi dell’animo umano avendo a disposizione strumenti innanzitutto sensoriali. I suoi occhi saranno il primo filtro percettivo attraverso cui registrerà la nuova realtà in cui va imbattendosi: il treno che lo porta a Weng, popolato di una pletora di operai disumanizzati dalla stanchezza, i tratti stravolti, le azioni determinate dal puro istinto di sopravvivenza: fame, sete, e sonno soddisfatti in pubblico senza ritegno, patte aperte, bocche spalancate, barbe incolte. Il paesaggio esterno, man mano che il giorno procede si fa sempre più cupo, le ombre accompagnano la sua ascesa a piedi verso Weng, il suo arrivo nell’unica, squallida locanda del villaggio; ombre che lo spaventano al punto da chiedere alla moglie dell’oste di rimuovere le tende dalle finestre. Nelle sue prime ore al villaggio si limita  a percepire la realtà esterna alla propria stanza attraverso l’udito, l’olfatto e la memoria visiva, i ricordi dei personaggi che ha intravisto al proprio arrivo. Percepisce il rumoreggiare degli avventori del’osteria al piano di sotto, il suo olfatto viene costantemente aggredito dagli odori putrescenti che popolano il posto, dal sentore di rancido che emana dalla moglie dell’oste e dalle sue profferte sensuali, ricorda le caratteristiche fisiche abnormi di tutti coloro che ha incontrato. Weng è un luogo popolato da creature che il ragazzo definisce “generate dall’ubriachezza”, portatrici delle più turpi malformazioni dell’anima, oltre che fisiche, dedite alle pratiche più abiette a cuoi la natura umana possa piegarsi. Nessuno dei comprimari sulla scena ha un nome, tutte le figure che popolano Weng vengono descritte attraverso la propria funzione: lo scuoiatore, l’ingegnere, il becchino, la moglie dell’oste, il distillatore e descritte essenzialmente per i vizi a cui sono dedite. L’incontro con il pittore Strauch mette il ragazzo a contatto con la manifestazione fenomenica di ciò che vuole indagare: la follia. Il giovane medico confessa candidamente di aver dimenticato di portare con sé il manuale Koch, un catalogo di tutte le possibili forme di follie e delle loro manifestazioni. Il suo approccio a Strauch sarà dunque di mera passiva attenzione ai suoi monologhi, non potrà che seguirne le peregrinazioni lungo i sentieri sempre più impervi ed involuti dell’anima, ascoltare recettivamente la sua ricostruzione dei pochi episodi autobiografici che servono a spiegare il percorso che lo ha portato fino a Weng. È stato un bambino poco amato, il pittore Strauch, ha sofferto del continuo furto di amore operato dal fratello perfetto ai suoi danni; alla morte dei nonni(che avevano per qualche tempo colmato il suo vuoto affettivo) e dei genitori, è ormai completamente smarrito dentro se stesso e non riuscirà mai più a tornare fuori. Negli anni si è costruito un labirintico mondo interiore dal quale comunica con l’esterno attraverso monologhi, invettive, elucubrazioni che popoleranno per 27 giorni il mondo dello studenti di interrogativi sempre più serrati. Strauch è un folle ma ha una disperata consapevolezza di sé, fin nei più intimi fallimenti. Ha tentato per tutta la prima parte della sua vita di inserirsi in contesti che lo qualificassero: un lavoro nell’amministrazione dello Stato, l’ammissione ai più svariati corsi di studio. Solo quando è venuto a patti con i propri fallimenti e l’assoluta mancanza di talenti, è approdato a Weng e, nel corso di lunghe peregrinazioni, condivide con lo studente ciò che ha concluso in anni di osservazione e analisi delle miserie  umane, sociali e spirituali che ne affliggono gli abitanti…
Le meditazioni, il monologo quasi ininterrotto del pittore Strauch che attraversa tutto il libro, sono in realtà un lucido tentativo di spiegare la realtà, la complessità della natura umana e dei vincoli di razionalità che legano gli esseri umani alla realtà fenomenica che li circonda. È all’allentarsi di questi vincoli, che appare il nudo pensiero, la speculazione che porta a interrogativi angosciosi a cui Strauch dà risposte perentorie. I monologhi di Strauch trattano l’essenza profonda dell’umanità, la pura istintualità animale che ne guida l’evolversi, l’assoluta infelicità cui sono condannati gli esseri viventi e che da sola basterebbe a definire un atto criminale la decisione di dare la vita. “Si dà vita ad una nuova solitudine perché si è stanchi di essere soli”. Col procedere e l’infittirsi delle invettive di Strauch contro l’umanità, con l’amplificarsi del suo urlo impotente contro la bassezza e la meschinità dell’uomo, si fa strada nel lettore la sensazione che se lo studente non fosse arrivato a Weng, la lunga declamazione del pittore Strauch sarebbe andata persa nel vento gelido che spazza la valle, dato che la consapevolezza iniziale che egli dedica al proprio ascoltatore va sempre più scemando. I due cominciano a muoversi lungo percorsi narrativi anche separati, spesso paralleli. L’anonimo studente è sempre più invischiato nelle riflessioni che le parole di Strauch gli suscitano, prima tra tutti quella sul suicidio, un tema cardine nella produzione letteraria di Bernhard. In questa stupefacente opera prima sono presenti tutte le principali tematiche che hanno caratterizzato la poetica di questo autore. Le invettive del pittore sono dirette all’umanità grottesca che popola Weng, ma il suo cinismo non risparmia la classe media, il popolo austriaco nel suo complesso, mette a nudo le meschinità e le bassezze del Paese appena uscito dalla seconda guerra mondiale. La rilettura della prima opera di uno scrittore dopo aver letto tutte le altre è un’esperienza di grande rilievo, un “look back in awareness” che andrebbe reiterato periodicamente per tutti i grandi. In questo caso, la consapevolezza del successivo evolversi del sistema di pensiero di Bernhard ci consente di riconoscere alcuni temi ricorrenti che troveranno piena e compiuta trattazione in opere successive, come Cemento, Il soccombente, Estinzione, Correzione: le azioni umane come scintilla di ignizione di eventi catastrofici, l’uomo nudo post-bellico, la morte come destino ineluttabile o scelta, l’arte come grande, irraggiungibile, inattingibile fonte di illusione e panacea dal dolore, la follia, l’assoluta assenza dalla scena di sentimenti quali la speranza.

 

 

 
 
 
 
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