Gente di Mumbai

Gente di Mumbai
Sita da anni ha intrapreso cure mediche per avere un figlio, ha lasciato il lavoro a causa della depressione per la mancata maternità e si rifugia a fare la volontaria in un centro di assistenza per bambini per colmare il suo vuoto. Lo stesso giorno nel quale riceve l’ennesimo esito di gravidanza negativo e decide di fare una cura ancora più costosa, suo marito Rakesh - un uomo che praticamente vive per il suo lavoro - viene licenziato. E poi c’è Vaishalitai, vedova, con una figlia affetta da un ritardo mentale e una suocera menefreghista (nonché ladruncola e ubriacona), che scopre che suo fratello ha abusato di sua figlia. Harish e Ishita invece sono sposati. Harish, insegnante in una palestra, viene arrestato per presunto omicidio e affida tutte le speranze di uscire a Ishita, la quale, però, fa finta di non conoscerlo e fa garantire sua zia, una donna anziana che nel frattempo combatte in tribunale una causa per lo sfratto. Perché non vorrà riconoscerlo? C’è anche la storia di Kamla, donna che si è ammalata dopo la seconda gravidanza e ha cominciato a perdere peso: suo marito non l’apprezza più e non a caso porta in casa una seconda donna, Laajwanti, promettendole che avrebbe “vissuto come una regina”. Laajwanti invece si ritrova in una casa con due ragazzini da sfamare, una suocera vagabonda, e soprattutto senza acqua per potersi lavare. Vorrebbe fuggire, ma...
Sita, Rakesh, Vaishalitai, Sonali, Kamla, Harish, Ishita, tanti altri ancora. Sono i nomi dei protagonisti che popolano Gente di Mumbai, un romanzo che è in realtà un insieme di brevi racconti, narrati direttamente da un caleidoscopio di voci che descrivono le proprie vite. E spesso sono vite complicate. “Ai pendolari di tutto il mondo” riporta la dedica iniziale del libro, e subito viene da chiedersi perché un omaggio così particolare. La risposta è data dopo i primi capitoli, quando il lettore percepisce che almeno un frammento di quasi tutte le storie raccontate parla di cosa vuol dire prendere un mezzo di trasporto in una città sovraffollata come Mumbai. Treni costantemente gremiti di persone, oneste e non, di lavoratori, di studenti, tutti che vanno e vengono ognuno con le proprie storie e i propri problemi. E il treno offre spunti per sparlare, per sbuffare, per arrabbiarsi, ma anche per far viaggiare e riflettere le menti dei pendolari su ciò che accade loro e che li circonda. Gente di Mumbai mette in luce almeno anche altri due aspetti riguardanti la società indiana: il primo evidenzia come l’acqua, bene primario in tutto il mondo ma troppo dato per scontato in Occidente, sia un bene scarseggiante nella metropoli indiana e nel circondario. Avere disponibilità di acqua per 24 ore consecutive è un dono concesso a pochi eletti, così come in molte zone dell’Africa o dell’America meridionale. Il secondo fa emergere un’antitesi comportamentale tra i due sessi: a uomini che perdono il loro lavoro, che violentano le nipoti, che “piangono sul latte versato”, che prendono una seconda donna in casa se la prima non è più in grado di dar loro figli, che si credono forti ma dentro nascondono grandi fragilità si contrappongono donne che riescono ad avere degli obiettivi - positivi o negativi che siano - che crescono da sole dei figli spesso con problemi psichici o diversamente abili o che magari non sono i loro. Donne che non perdono mai la speranza. Che talvolta si piegano, ma difficilmente si spezzano.

 

 

 

 
 
 
 
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