Geografia commossa dell’Italia interna

Uscire di casa e prendere paesi. Prenderli attraverso. Fermarsi all’interno. Staccarsi, o almeno tentare di, da quel buffo e amaro ‘albero di natale’ di preoccupazioni, oggetti-possesso, mete-profitto. C’è un’Italia interna che si nega alle vetrine per turisti, allo stanco gioco di rappresentazioni di idee, poteri, desideri, rapporti traballanti interessati. Perché sì, ora non ci accorgiamo di essere stanchi, di non gustare più l’avventura su questo pianeta. Italia come altri Paesi, come il mondo intero. Una porta chiusa come migliaia di chilometri di paesi. Uscire di casa e fare attenzione per un attimo alla luce nell’aria, al corpo percettore-percepito, alla poesia che non può più vivere in condizione separata, ma nella diffusione cercata continuamente. L’Italia interna del Sud, anzi dei tanti Sud, del variegato Sud. Il canto della Puglia come passaggi da un luogo ‘preso’ all’altro, la Lucania nascosta ma non troppo. Semplice e per questo impossibile vedere attraverso. Zittire il ‘ronzio’ che portiamo ogni giorno a spasso, con il quale inquiniamo e siamo inquinati. Placare la rutilante guerra dell’io e della sua insistente affermazione. La Rete è diventata zona per la guerra dell’io. Io contro altri io. Manca l’ascolto. Manca il luogo e manca il corpo. Il corpo nel luogo. Il corpo come vita e come morte…
Prendere paesi ha un nome. O almeno ha bisogno di un nome per essere compreso e interpretato. Paesologia. Franco Arminio è un paesologo. Organizza scuole di paesologia in tutta Italia, oltre all’attività di documentarista. Ma dalla sua Geografia commossa dell’Italia interna (titolo splendido, nota doverosa), dal nervoso scorrere di frammenti e stralci e frasi ‘perdute’ e ferite di poesia – come lettere delle/nelle macerie -  si intravede l’uomo alla ricerca del corpo partendo dal corpo. Solo così può uscire di casa e prendere i paesi, respirare oltre l’ipocondria, oltre il rapporto conflittuale con la Rete e il Lavoro (ore passate in posizione apparentemente comoda sul divano, per poi fare i conti con Schiena-Collo). La scrittura, disunita e urgente, si fa ecologica davvero. La letteratura ha la necessità di essere ecologica. Vuole evitare separazioni. Vuole tuffarsi in ciò che vede. Soffrire della necessaria rappresentazione nelle parole, liberarsi nella poesia. Ci sono paesi (mai paesini, anche qui nessuna separazione in termini numerico-demografici) in cui vivono poeti; contadini del sacro; montagne in cui scorrono vene. Forse una rivoluzione delle montagne ci vorrebbe, si augura Arminio.

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