GialloSvezia

GialloSvezia

Scende dall’auto e si incammina lentamente tra le betulle verso il lago, che sembra attirarla a sé, e ha la sensazione che il tempo corra all’indietro, fino a quel giorno. Acque nere, sempre d’estate…  Non usa mai la parola casa. Per lui è una superficie, non uno spazio. Ci ha portato un divano e un tavolo. Non ci sono tappeti. Lo specchio è troppo basso. Per vedersi la bocca deve chinarsi. Gli piacciono i suoi capelli. È l’unica cosa che sente sua… Lei ascolta le previsioni del tempo mentre lui si concentra sulla strada. È pronto a girare anche di trecentosessanta gradi. Lei dice che andando a sinistra dovrebbero trovare il sole. Lui scorge uno squarcio nel cielo plumbeo a nordovest, come se qualcuno l’avesse trapassato con una spranga. Forse è stato Dio, pensa. Finalmente servirebbe a qualcosa… Il dottor Rosberg è un uomo così vecchio che, in realtà, non dovrebbe più ricevere pazienti. Questo le ha detto Inga-Lisa. «Però lo fa lo stesso» ha aggiunto ridendo in modo tale che quasi le si aprono delle crepe sul trucco del viso. «È per questo che vado da lui. Mi dà tutto quello che desidero. Prima tiene una piccola lezione, poi tira fuori il blocco delle ricette.» Inga-Lisa è una nuova conoscente… La salita per arrivare al cimitero forse è troppo ripida, tuttavia Paul Bergström stringe ostinatamente i denti e continua a camminare, decisamente, sia pur barcollando, appoggiandosi al bastone. Per l’occasione indossa la giacca di tweed più bella che ha e un soprabito degli anni Settanta. Quello che tira fuori ogni estate… Quando vede il gancio della lattina di birra brillare sotto il sottile strato di ghiaccio che si è formato sulla pozzanghera, capisce che quello è l’anello. Sì, proprio quello. Quello del Signore degli Anelli. Nella luce magica del lampione quel segreto gli è rivelato come quando Elrond era il Signore del Gran Burrone e Gandalf si faceva ancora chiamare il Grigio. Nel profondo del suo cuore di bambino aveva già intuito che prima o poi sarebbe successo qualcosa del genere…

Un’antologia ricchissima, variegata e al tempo stesso compatta, poiché tenuta insieme da un filo rosso sangue: il delitto, il mistero, l’indagine. Storie tutte avvincenti, ognuna unica perché caratterizzata dallo stile dell’autore, che sia uomo o donna, singolo o in coppia: esempio di come la letteratura, che in fondo parla sempre dei medesimi argomenti, possa in realtà sempre trarre nuova linfa, autoalimentarsi. Un organismo autotrofo, proprio come una pianta. Immortale ed eterna perché non può prescindere dalla vita, persino quando si inventa mondi che non hanno nulla di verosimile, ma che nascono da una mente umana, da un individuo con un suo bagaglio di valori e una propria visione del mondo. Continua nonostante tutto, perché usa il linguaggio della grammatica per comunicare alla sfera emotiva, nei modi più diversi, stimolando le sensazioni più disparate. Nel caso di questa raccolta di racconti curata da John Henri Holmberg la tensione, che diventa persino catartica. Si mette in scena il male, l’ossessione, la perversione, non solo erotica, lo si rappresenta e fotografa. Non sempre si emette un giudizio, e in fondo non è neanche giusto. Non a questo serve la letteratura. Le migliori voci del giallo – e in generale della letteratura e anche del teatro, in qualche caso – svedese, che hanno inventato personaggi più o meno noti e ricorrenti, sempre caratterizzati molto precisamente, e calati in atmosfere che non hanno uguali, brumose, solitarie, desolate eppure cariche di pathos, che ricordano i film di Sjöström, Bergman, Bier, Karukoski, Oplev, Vinterberg e tanti altri.



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