Gino Bartali

Gino Bartali nasce a Ponte a Ema, una piccola frazione della città metropolitana di Firenze, il 18 luglio 1914. Sua madre è una sarta, suo padre uno sterratore che si alterna tra l’edilizia ed i campi, oltre che un convinto socialista pur essendo cristiano. A dodici anni, dopo aver messo da parte i suoi primi risparmi, si compra la sua prima bicicletta usata e malmessa. Eppure è amore a prima vista: dalle due ruote Gino non scende più. Dal primo allenamento con Oscar Casamonti fino all’ultima corsa a Città di Castello nel 1954, passando per tre vittorie al Giro d’Italia (‘36, ‘37 e ‘46), due primi posti al Tour de France (‘38 e ‘48) oltre che diversi ottimi piazzamenti nelle Classiche Monumento (Milano-Sanremo, Giro di Lombardia), Bartali ha scritto, cancellato e poi scritto di nuovo la storia del ciclismo italiano. Ha segnato e fatto sognare delle intere generazioni, ha dato vita ad uno dei duelli sportivi più belli del dopoguerra contro il suo rivale ed amico Coppi, dividendo l’Italia in bartaliani e coppiani. È stato a contatto con la politica, ma ha sempre rifiutato di farne parte: ha rifiutato il fascismo e la sua retorica machista prima, ha scongiurato una guerra civile dopo l’attentato a Togliatti vincendo il Tour nel 1948. Eppure, nonostante questi incredibili successi, il più grande riconoscimento per lui è arrivato quando, nel 2013 ‒ tredici anni dopo la sua morte ‒ il Memoriale Yad Vashem di Gerusalemme, l’ente nazionale dello Stato di Israele per la memoria della Shoah, ha proclamato il ciclista italiano “giusto tra le nazioni”...

La “rete delle due religioni”, se così è possibile chiamarla, è stata una sorta di associazione ‒ oggi diremmo network o lobby, ma vabbè ‒ che, durante gli anni bui che hanno visto la deportazione degli ebrei e la loro eliminazione in massa, ha fatto di tutto per salvarne il più possibile. Questa rete ha toccato tre città italiane in particolare: Genova (dove risiedeva e risiede tuttora una delle più grandi comunità ebraiche del nostro Paese), il cui porto ha vissuto imbarchi e sbarchi di ebrei, Firenze, dove l’arcivescovo Elia Dalla Costa collaborava con il rabbino Nathan Cassuto, ed infine Assisi, “città ospedale” il cui vescovo, Giuseppe Placido Nicolini, mise a disposizione le sue strutture per ospitare gli ebrei. A dire il vero, la “rete delle due religioni” comprende molte altre persone, tutte presenti nel Memoriale Yad Vashem. Bartali è appunto una di queste. Gino Bartali. Una bici contro il fascismo narra ‒ come si evince chiaramente dal titolo ‒ non tanto le imprese sportive del ciclista italiano, quanto le sue imprese umane, compiute grazie ad una fervida fede nella giustizia e nella religione. Imprese però taciute e venute fuori solo dopo la sua morte perché il motto che lo ha accompagnato per tutta la vita è stato: “Il bene si fa ma non si dice”. Valori di altri tempi, riportati a galla da questo scritto di Alberto Toscano, giornalista, saggista e politologo, da sempre interessato alla politica francese (è stato corrispondente da Parigi per diverse testate e ha scritto, tra i tanti, libri come France-Italie. Coups de tête, coups de cœur, Vive l'Italie. Quand les Français se passionnaient pour l'unité Italienne, Sacrés Italiens! ). Anche questo saggio è prima uscito in francese e solo successivamente tradotto in italiano. Le gesta e la personalità del grande Bartali non possono che essere d’esempio per i lettori, soprattutto i più giovani.



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