Giocando a scacchi nei gulag di Tito

Giocando a scacchi nei gulag di Tito
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Dopo un anno di lavori forzati qua e là per la Jugoslavia ecco il penitenziario di Stara Gradska, fortezza incastonata esattamente a metà strada fra Belgrado e Zagabria. Il ragazzo che vi giunge ha appena diciannove anni, malnutrito e dall’aria talmente stanca da apparire sul punto di crollare da un momento all’altro. Quel ragazzo, che fino a un anno prima mai si sarebbe aspettato di dover vivere un’odissea del genere, non è un bandito o un criminale di guerra, bensì un semplice disegnatore tecnico, con già un po’ di lavori qua e là alle spalle. Ora invece è un prigioniero, colpevole di aver cercato di raggiungere l’Austria e l’Italia, allontanandosi così dai territori jugoslavi. Le condizioni di salute, decisamente in peggioramento, convincono il medico della prigione a visitarlo accuratamente e gli viene diagnosticata una pleurite sierosa. La diagnosi è senz’altro brillante, anche perché si è partiti da sintomi quali febbre e dissenteria, invero abbastanza comuni in certi ambienti e con certe condizioni di vita. La mossa successiva è il ricovero presso l’ospedale del carcere, ma le cose anziché migliorare iniziano a prendere una piega ancor peggiore: il ragazzo sembra quasi sentire le cellule combattere la propria personale battaglia, ma la sua mente è stanca e prossima alla capitolazione. A quel punto qualcosa, per l’ennesima volta nella vita di quel giovane, cambia…

Emilio Stassi, ottantasettenne fiumano, ha senza dubbio una vita che non può non essere raccontata: disegnatore tecnico presso il silurificio Whitehead, progettista e dirigente del cantiere navale Rodriquez, maestro di scacchi, appassionato di alpinismo e già prigioniero in Jugoslavia al termine della Seconda Guerra Mondiale. In particolare, in questa opera racconta a cuore aperto della sua prigionia nei gulag della Jugoslavia titina nei primi anni del Dopoguerra, fin quando, nel 1950, la concessione della cittadinanza italiana gli permetterà di ricongiungersi alla madrepatria e di trasferirsi a Messina. L’opera è lucida e raccoglie le memorie di un uomo che ha vissuto sulla pelle le strazianti frammentazioni territoriali, ideologiche e culturali successive al secondo conflitto mondiale, e ce le racconta con l’occhio disincantato di chi ne è stato, suo malgrado, attore non protagonista o meglio, per usare una metafora presa dal gioco degli scacchi, pedina inconsapevole da spostare da un campo di prigionia all’altro, colpevole solamente di aver cercato di raggiungere prima l’Austria e poi l’Italia passando per le Alpi. La prosa è asciutta, arida come pietra e a tratti poco coinvolgente, tuttavia l’urgenza della testimonianza travalica ampiamente qualche piccola mancanza narrativa, consegnando al lettore una pagina preziosa di un uomo che certo non è scrittore di professione, ma che, suo malgrado, ha da raccontare più della più fervida delle immaginazioni.



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