Giorni tranquilli a Clichy

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Anni ’30, Parigi. Specialmente nelle giornate più grigie e uggiose, Henry ama vagabondare per i locali di Monmartre, popolati da un’umanità di puttane, papponi, alcolizzati, gente che vive al margine dello sguardo frettoloso dei passanti. Il posto preferito dove fermarsi a bere qualcosa e a pensare è per lui il Café Wepler di Place Clichy, dove una sera – dopo un pomeriggio passato a comprare libri e dischi e ciononostante ancora con qualche centinaio di franchi in tasca – incontra Nys, una donna sovrappeso ma incantevole, prostituta senza sembrare una prostituta. Dopo qualche parola insolitamente garbata per spezzare il ghiaccio, Henry segue la donna in un alberghetto della zona e passa con lei una torrida oretta di sesso, dopodiché le regala tutti i soldi che ha. Tornando all’appartamento che divide con Carl, uno spiantato giovane francese, anche lui (aspirante) scrittore e giornalista, Henry si rende però conto di avere una fame spaventosa ma nemmeno un centesimo in tasca: spera in un prestito di Carl, che però non è in casa. Dopo aver frugato nella spazzatura racimolando un pezzo di pane umido e sporco, l’unica cosa che gli rimane da fare è cercare di dormire un po’ aspettando il suo coinquilino. Carl tornerà in piena notte in compagnia di una ragazzina di quattordici anni un po’ tarda di mente che ha raccattato per strada che sta apprestandosi a sverginare. È solo l’inizio di un tourbillon di avventure promiscue e sgangherate per i due giovani scrittori...

Giorni tranquilli a Clichy è il diario dei giorni, mesi e anni rigorosamente non tranquilli che Henry Miller passò in ‘esilio volontario’ a Parigi, luogo che reputava più consono alla sua concezione della vita, della moralità, dell’arte rispetto ai perbenisti Stati Uniti. Un periodo nel quale Miller sfornò romanzi importanti (per esempio durante i fatti narrati in questo libro stava scrivendo Primavera nera) e incise profondamente sulla cultura del ‘900, anche se la sua fortuna letteraria ha avuto alti e bassi nei decenni seguenti col mutare dei gusti e delle sensibilità, e non sono mancate polemiche feroci con accuse violente di maschilismo e criptofascismo nei suoi confronti. Certo il fatto che Miller palesemente faccia riferimento ad aneddoti sessuali che oggi definiremmo come minimo borderline se non peggio (quando si parla di minori, povertà e degrado, per esempio) con struggente nostalgia qualche perplessità non può mancare di suscitarla, ma forse è più intelligente - e sicuramente è più utile - approcciarsi a questo libro come a un’esperienza estetica, a un inno cantato all’Europa degli anni ’30, ai suoi luoghi, alla sua gente, ai suoi cliché.



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