Giovanni dei topi

Giovanni dei topi

Villalta, Puglia. Alla stazione di polizia giunge un’anonima lettera, chiusa dentro una grande busta gialla. È indirizzata genericamente “al commissariato” e contiene una cosa alquanto insolita: una confessione di omicidio. Lo scrivente, tale Giovanni Sorgiaro – crudele bidello di una scuola privata cattolica – pare abbia ucciso Lillino Garruso, 25 anni come lui, spingendolo giù nel fiume dal ponte dell’Incoronata. Un fatto casuale? Niente affatto. Per Sorgiaro è stata l’occasione che aspettava da una vita intera, da quando Lillino, considerato da tutti un ragazzo simpatico e socievole (al contrario di Sorgiaro, definito lo strambo del paese) lo ha cominciato a “bullizzare” ancora prima di ritrovarsi compagni di banco alle scuole elementari. Il commissario ha qualche dubbio sulla credibilità di Sorgiaro, ma effettivamente né lui né Garruso si riescono a rintracciare, entrambi spariti dalla circolazione da almeno dieci giorni; Sorgiaro ovviamente si è volatilizzato in compagnia di quell’arpia bigotta di sua madre, dalla quale non si separa mai, mentre per Garruso sparire non è cosa insolita, visto che ogni tanto se ne va allegramente in giro per il mondo. Ad avvalorare la tesi del commissario (alle prese nel frattempo con una crisi coniugale) c’è che il corpo del malcapitato non si trova: che sia stato trascinato via dalla corrente? Non resta che convocare alcuni testimoni nella speranza di capirci qualcosa, mentre si rassegna a leggere la lettera per intero. Più che una lettera, un romanzo, un resoconto di vita:si parte da lontano, in una mole di sofferenza e umiliazioni nelle quali ricercare le motivazioni di un gesto così estremo...

Con Giovanni dei topi Georgia Manzi, giornalista foggiana residente da molti anni ad Atene, esordisce nel mondo della narrativa per adulti; fino adesso infatti l’autrice si è cimentata con discreto successo scrivendo libri per ragazzi. Ambientato in un paesino di provincia in cui non si può sfuggire all’ipocrisia e alle malelingue, il suo ultimo romanzo narra di un odio profondo che si trasforma in ossessione, nel quale vittima e carnefice sembrano, dalle prime battute, due entità distinte e individuabili. Ma è proprio Sorgiaro in prima persona, attraverso la sua accorata lettera (inconsciamente, e assolutamente fermo nelle sue convinzioni), a far saltare gli schemi e a ribaltare la prospettiva riga dopo riga: succube di una madre acida di fronte alla quale pure Satana scapperebbe a gambe levate, Giovanni non è mai stato incoraggiato alla socialità; la diffidenza e l’ostilità si sono fatte strada nel suo debole animo costruendole un piedistallo dal quale, in silenzio, ha incassato per anni le prese in giro dei compagni. Da parte di Lillino Garruso, l’unica sua vera colpa è stata quella di prendere la vita con troppa leggerezza: di certo non è un santo ma sicuramente, da buon ruffiano, ha saputo guadagnarsi le simpatie del prossimo più di Sorgiaro. Siamo di fronte ad un dramma, ad una sofferenza enorme e totale, ad un rapporto madre/figlio sicuramente malsano, contro il quale neppure l’impegno di un padre, preoccupato per le sorti del figlio, ha potuto fare nulla. Eppure la Manzi è stata capace di trattare la materia con straordinaria leggerezza, in modo esilarante e beffardo, tenendo il lettore sulla corda alternando sapientemente divertimento e riflessione: poche pagine, pochi personaggi, poche essenziali pennellate per un ritratto tecnicamente perfetto e umanamente commovente.



 

 

 

 
 
 
 

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