Giro di vite

Giro di vite
C’è un fascino particolare nel raccontarsi storie di fantasmi attorno al focolare. Ed è appunto quello che fa un gruppo di amici la Vigilia di Natale. Se è un bambino ad essere coinvolto nello spaventoso fenomeno, l’effetto è quello di un giro di vite, commenta Douglas, uno dei convenuti. Se poi i bambini sono due... I due bambini, prosegue, sono esistiti davvero. Si chiamavano Flora e Miles ed erano orfani. Il loro unico parente, uno zio, li aveva sistemati a Bly, una vasta tenuta di campagna, e aveva assunto una giovane istitutrice per occuparsene ponendole una condizione inderogabile: non avrebbe dovuto per nessuna ragione disturbarlo o mandarlo a chiamare, risolvendo qualunque tipo di problema senza seccarlo. Sedotta dall’avvenenza del gentiluomo, inorgoglita dalla responsabilità di cui veniva investita, la signorina aveva accettato. A Bly era subito stata conquistata dalla straordinaria bellezza e dal garbo di Flora e Miles. Le giornate scorrevano placide e serene, ma era la quiete che precede l’incubo. Uno strano sconosciuto aveva preso ad aggirarsi all’esterno della casa. L’istitutrice ne aveva parlato alla governante, la signora Grose, e la descrizione era risultata calzare a pennello a Peter Quint, il cameriere personale del padrone. Soltanto che Quint era morto da un pezzo. Così come era morta la precedente istitutrice, miss Jessel, che non aveva tardato a manifestarsi con un’espressione di incredibile malignità stampata sul viso splendido e infame. Messa alle strette, la signora Grose aveva confessato che fra quei due c’era stata una relazione sconveniente ((lei, una signora, e lui “così terribilmente al di sotto”!). Adesso erano tornati dai loro luoghi oscuri ed era evidente che le loro mire erano dirette a Flora e Miles. Ma perché i due bimbi facevano di tutto per non far sapere che ne vedevano i fantasmi? E per quale orrenda ragione invece di esserne terrorizzati sembravano cercare ogni occasione per incontrarli?...
Giro di vite, scritto da Henry James nel 1898, è un capolavoro di ambiguità che fin dal titolo glissa sul significato di quanto stiamo leggendo. Il prologo spiega il cosiddetto “giro di vite” come l’inasprimento di una situazione drammatica dato dal fatto che ne sono protagonisti due fanciulli. Ma la vite, come oggetto materiale, è anche metafora di un’ossessione che penetra lentamente e inesorabilmente. Questo è il punto: i defunti Peter Quint e miss Jessel sono autentici révenantes o sono una psicosi dell’istitutrice? A questa ventenne provinciale e inesperta, presa dal desiderio di compiacere il datore di lavoro di cui è segretamente innamorata, viene delegato quasi immediatamente il compito di io narrante attraverso l’espediente di un suo manoscritto venuto in possesso di Douglas. Tutto ciò che sappiamo è filtrato dal suo punto di vista. Dunque la versione che fornisce potrebbe essere frutto di una sua alterazione, un mix di pulsioni represse (siamo in piena pruderie vittoriana), di smania di protagonismo ed esaltazione, esasperate dalla particolare situazione di isolamento geografico (la villa fuori dal mondo) e sociale (l’insegnante non è alla stessa altezza dei suoi allievi e nello stesso tempo è al di sopra dei domestici, quindi è totalmente priva di suoi pari). Cos’è realmente successo a Bly? Forse per saperlo dovremmo munirci di una tavola Ouija e chiederlo direttamente a James. Eric Solomon ha dato una sua ironica e dissacrante spiegazione in The Return of the Screw: per venire a capo del mistero sarebbe stato bene rivolgersi a Sherlock Holmes. Il quale non avrebbe tardato a individuare in Mrs. Grose la colpevole dei crimini avvenuti nell’antica dimora. Il movente? La gelosia nei confronti della nuova arrivata, colta, graziosa e di ceto superiore. Insomma, un esempio un po’ contorto di lotta di classe. Comunque si voglia intendere questo racconto, che ha dato vita a numerose versioni cinematografiche (tra cui “Suspense” di Jack Clayton, il singolare prequel di Michael Winner “Improvvisamente un uomo nella notte” e la libera trasposizione “The Others” di Alejandro Amenábar) e che ha ispirato un’opera lirica a Benjamin Britten, restano un paio di fatti poco opinabili. E cioè che l’istitutrice non aveva mai sentito parlare di Quint prima che il suo spettro le comparisse davanti (quindi, per quanto suggestionabile, come avrebbe potuto inventato?); e che, per caderle fra le braccia con “il piccolo cuore spezzato” come avviene nel finale, Miles deve aver visto o provato qualcosa di veramente tremendo. Questo avvalorerebbe la lettura del Giro di vite come un’inquietante ghost story, dove le reticenze dell’autore su ciò che è avvenuto in passato e su ciò che sanno e fanno i due demonietti dalla faccia d’angelo, solleticano l’immaginazione e fanno lievitare la paura. La questione resta tuttavia aperta, e tale rimarrà. Però in questo breve e folgorante romanzo almeno un fantasma c’è: è quello dell’innocenza perduta – dell’istitutrice, dei bambini, della brava signora Grose – uccisa dall’intuizione degli abissi, non importa se sessuali, psicologici o paranormali, che insidiano l’animo umano.

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