Giugno

Giugno

La guerra è alle porte. Lo si percepisce da una tensione che corre nel corpo sociale e che cresce progressivamente di intensità. Come una pentola portata a bollore: e tutti dentro, come le rane, a convincersi che tutto sia normale. Miša ha paura della guerra. È un anti-eroe consapevole. E poi in guerra dovrebbe ritrovarsi in trincea fianco a fianco con i contadini, che lui odia. Miša compone versi, ha una lingua tagliente fatta apposta per distruggere i suoi avversari oratori all’Istituto Universitario. Così un giorno lo cacciano via, prendendo a scusa delle avances troppo spinte verso la Krapivina. La donna che gli rovinerà la vita. Boris invece la vita se la lascia rovinare da Alija, rimpatriata in Russia dalla Francia, ed entusiasta della rivoluzione in ogni suo aspetto. Finirà nel gulag. I rimpatriati dall’Europa del resto sono sospetti a prescindere. E Boris che fa il giornalista e per Alija ha mandato all’aria il suo matrimonio deve muoversi in tempi in cui il senso comune sprofonda verso l’abiezione. La temperatura dell’acqua continua a salire, si firma il patto con il diavolo tedesco, la guerra sembra l’unico sbocco, l’unica conclusione logica, l’unica grande catarsi che possa salvare la rivoluzione. Krastyševsjkij è un profondo conoscitore del linguaggio e un pacifista. Nei comunicati che scrive, letti ai piani più alti, cela in codice messaggi di pace, per scongiurare l’entrata nefasta nel conflitto. Ma i suoi codici cifrati valgono a poco, la grancassa ha preso a suonare e dunque conviene allinearsi, tenere il ritmo, non rimanere fuori…

Tre personaggi, tre capitoli, un unico momento storico. Ogni capitolo si chiude con il rumore lontano di un’esplosione: l’inizio delle danze. È l’Unione Sovietica del 1940: guarda l’Europa sprofondare nell’inferno ma inevitabilmente si sente risucchiata dal quel vortice. Dimitrij Bykov, una delle voci di spicco e più in vista nel panorama russo contemporaneo, liberale, anti-putiniano, forse affezionato agli albori della rivoluzione ma non alla sua evoluzione staliniana, ci riporta con grande sapienza a respirare l’aria satura e livida che prepara l’ingresso in guerra. C’è una forza silenziosa e sotterranea che spinge il paese verso quell’esito e mentre lo spinge lo trasforma. I tre personaggi vivono storie apparentemente distanti, non si toccano, non si intrecciano. Ma tutti e tre vivono dentro quella pentola che sta per bollire, tutti immersi nello stesso umidore. Le loro storie d’amore riflettono e trasfigurano le pulsioni della grande patria: vivono amori furenti, passionali e distruttivi, ma sono attratti da figure angeliche, eteree, salvifiche. Nella società cresce la paranoia, la pratica della delazione, il sospetto, la retorica. Bykov è molto abile a portarci lentamente dentro quel clima. La sua scrittura è ironica, sapida, arguta alle volte. Per usare uno stereotipo, diremmo che è una scrittura molto “russa”. È abile nel farci sentire l’attesa impaziente della catastrofe imminente, il progressivo, consapevole, a volte allegro avvicinarsi al baratro. Ogni capitolo, specialmente i primi due, è un ottimo quadro sociale dal titolo URSS 1940. In generale però il libro sembra sorretto da una disarmonia strutturale, i tre racconti non sembrano costruire un romanzo. Si rimane sospesi a immaginare le vite dei tre protagonisti entrare nel carnaio bellico. C’è un senso di inconcludenza. Ma Bykov sembra una voce molto interessante, vivace, curiosa, va lodato l’editore Brioschi per averla offerta al pubblico italiano e c’è da sperare che arrivino in Italia altri suoi lavori.



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