Giuro che non avrò più fame

Giuro che non avrò più fame

Italia, 1945. La Seconda guerra mondiale è appena finita. C’è un Paese che deve ripartire dopo una tragedia e lo fa con una straordinaria energia. È un Paese che rinasce dalle macerie. Rinasce la grande musica, rinasce il teatro, riaprono i cinema, lo sport è ricco di personalità celebri, riparte l’economia. Per le forze politiche costituenti, unitesi nel dar vita a quello straordinario corpus giuridico che rappresenta la legge fondamentale dello Stato italiano, c’è un grande bivio. Quelle del 18 aprile 1948 sono le elezioni più importanti della nostra storia, gli italiani fanno la loro scelta che in molti racconteranno dettata da madonne pellegrine, cristi piangenti, minacce divine. In un’Italia ancora a pezzi, reduce dalla dittatura e dal conflitto mondiale, si apre una dicotomia che segnerà la nostra storia, uno scontro politico epocale, che durerà decenni e che però partorirà, da entrambe le parti, le menti migliori della nostra democrazia, personalità di uno spessore incalcolabile. C’è un altro grande scontro che accende gli animi e divide il popolo: è quello tra i due grandi campioni Gino Bartali e Fausto Coppi. “Nemici fraterni”, caratteri, fisicità e storie personali diversissime. Nel calcio invece una squadra entra nella leggenda e nel cuore dei tifosi, è il grande Torino. Bacigalupo, Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Ossola, campioni che faranno la storia ma che il paese sarà costretto a piangere per colpa di una dei più tragici incidenti aerei. Vittorio Valletta, Adriano Olivetti, Enrico Mattei: sono tre figure che renderanno più grande e più solida l’industria italiana. E nel 1948 una senatrice socialista veneta presenta un disegno di legge che farà discutere: la proposta di abolire le case chiuse…

Aldo Cazzullo, giornalista del “Corriere della Sera”, autore di romanzi, saggi storici e di costume, questa volta ci porta nell’Italia del dopoguerra, in quell’Italia straziata che ha saputo trovare coraggio, vigore e fiducia nel futuro. “La ricostruzione è uno dei grandi momenti nella storia d’Italia. Bisognerebbe scriverlo con l’iniziale maiuscola: Ricostruzione. Come il Risorgimento, il Piave, la Resistenza. Momenti di riscossa dopo la caduta, di cui essere orgogliosi”. Il titolo è rubato al kolossal cinematografico di quegli anni, Via col vento: è la promessa che si fa la protagonista Rossella O’Hara quando torna nella sua fattoria distrutta e, devastata dalla mancanza di cibo, strappa una pianticella e se la infila in bocca. È la stessa promessa che si fanno tante donne e tanti uomini dopo aver subito le privazioni della guerra, contato i morti, perso denaro, proprietà, affetti. È da questa promessa che scaturisce una grande forza, che farà da motore a una crescita senza pari. Quello di Cazzullo è l’affresco di un pezzo di storia italiana fondamentale, in cui personaggi cruciali, attivi nei settori più disparati, vengono raccontati in modo personale e mai asettico, lontano dalla pomposità di una saggistica storica più compassata. Un saggio che scorre con la vitalità di un romanzo e fa riaffiorare alla memoria, di chi li ha vissuti, ascoltati o anche solo studiati sui libri, tanti episodi che hanno segnato il nostro paese e l’hanno reso, nel bene e nel male, quello che è al giorno d’oggi. Tra le pagine, si rivive lo scontro politico tra comunisti e democristiani, l’attentato a Togliatti. Ma anche la vittoria al Tour de France di Gino Bartali, la rivalità con Coppi, la Dama Bianca. E poi, la tragedia del grande Torino. Incontriamo le figure dei Grandi Ricostruttori, da Valletta a Enrico Mattei, da Olivetti a Einaudi, grazie a cui l’Italia crescerà fino a diventare una potenza industriale. C’è poi la condizione femminile difficile, le privazioni e il cammino, tutto in salita, per acquisire diritti. Non è un paese semplice, è un paese in cui tutto è da conquistare. Ma in cui, proprio per questo, in fondo al tunnel si scorge sempre una luce, una speranza. “Anche oggi l’Italia è un Paese da ricostruire”, scrive Cazzullo. “Dieci anni di crisi hanno seminato meno morti ma più scoramento che cinque anni di guerra mondiale.” Forse è quella luce in fondo al tunnel, però, che al giorno d’oggi si fatica a intravedere.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER