Gli 80 di Camporammaglia

Gli 80 di Camporammaglia

Camporammaglia è un paesino incastonato sulle montagne abruzzesi, a ottocento metri di altezza, non troppo lontano dai campi da sci amati dai romani di Campo Felice e dal centro de L’Aquila. Gli abitanti negli ultimi anni non sono mai stati più di un centinaio. La vita a Camporammaglia scorre tranquilla, tra le poche cose che si hanno e quelle che si desiderano avere. Le tradizioni sono sempre le stesse, gli appuntamenti anche: come la festa della Madonna d’agosto, che porta colore e giostre una volta l’anno. Non che in altri paesi limitrofi le cose vadano diversamente, ma almeno a Scoppito o a Civitatomassa un alimentari o un bar ce l’hanno; a Sassa ci sono anche due supermercati! Improvvisamente, la notte del 6 aprile 2009 il terremoto sveglia tutti nel sonno. Giovani o anziani fuggono nella piazza principale, quella con la fontana dove il pomeriggio ci si sfida a calcio. Tutti, impauriti, ancora in pigiama e con tanto sonno addosso si fanno forza a vicenda per capire cosa gli è successo. Le crepe si intravedono solo all’alba insieme ai calcinacci rotti, i mobili sottosopra e alle macerie evidenti. C’è chi si azzarda e con mille attenzioni prende i primi viveri dal magazzino del Circolo, lo stesso dove i ragazzi camporammagliesi sono da sempre diventati uomini. Le comunicazioni con l’esterno sono ridotte all’osso e solo dopo qualche giorno, quando si riuscirà a portare all’esterno un televisore, si assiste a immagini terribili che nessuno si sarebbe mai aspettato. Si viene a scoprire che il peggio è capitato a chi abitava a L’Aquila o nelle frazioni di Paganica, Onna e San Gregorio. Lì, il terremoto non ha soltanto incrinato dei muri, ma ha spezzato delle vite per sempre…

Valerio Valentini non ha scritto un romanzo sul terremoto ma su una comunità e sulle dinamiche che si creano al suo interno, anche in tempi di emergenza. Quello che scaturisce dalla forzata vicinanza o dall’impossibilità di movimento. Ci si sente inermi e in attesa di ricevere aiuto. Quello che ha colpito poi le comunità intorno al capoluogo abruzzese è la perdita totale di punti di riferimento. I portici del centro con i loro negozi e luoghi d’incontro sono passati da fulcro della socialità a presidio perenne di polizia. Dove si beveva per festeggiare si trova solo polvere e silenzio. La descrizione dei diversi stati di gestione di una calamità del genere è perfetta: si passa dalla paura alla rabbia alle diverse sfumature di delusione. I soccorsi arrivati a singhiozzo, l’apparire di discorsi roboanti e promesse mai realizzate, il sorgere di casette di legno e palazzine dai balconi traballanti. Il racconto del famigerato G8 spostato a L’Aquila per attirare attenzione mediatica internazionale e per fare della facile propaganda politica è tragicomico. A Camporammaglia come in tutta la regione si raccontava del letto di Obama o della sedia della Merkel, con tanto di foto di rito a prova del grande avvenimento. La scelta di intervallare frasi del dialetto aquilano alla narrazione italiana degli eventi poi è riuscita e molto spassosa, godibile non solo per chi è nato e cresciuto in questi luoghi, perché permette una vicinanza maggiore con i personaggi. Il paesino al centro delle avventure del romanzo non esiste e per chi volesse fosse interessato le avventure dei Marinelli e dei Michelini dovrebbe trovarsi orientativamente dove si trova Collemare e Poggio Santa Maria.



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