Gli acquari luminosi

Gli acquari luminosi
Un vecchio palazzo parigino con cortile hitchcockiano e una giovane donna che vi abita e non somiglia a Grace Kelly, ma a una Jean Seberg in brutto. È Claire Brincourt, correttrice di bozze della Éditions Legrand, ipocondriaca, asociale, piena di fobie e spettatrice delle esistenze altrui, di cui le entrano scampoli multicolori dalla finestra. Dei suoi vicini ascolta le voci che si riversano attraverso i vetri aperti, conosce gli odori di cucina, il carattere e le abitudini, intrattiene con loro rapporti cortesi. Uno la affascina in modo particolare, il signor Ishida. Con questo raffinato giapponese ha intrecciato un’amicizia rarefatta, che poggia leggera come una piuma sul comune interesse per l’arte e la cultura del Sol Levante. Tra loro ci sono scambi di tazze di un rarissimo tè verde, parole calibrate con la millimetrica grazia di un haiku, conversazioni felpate, intensi silenzi. Ma Ishida, sorridente ed enigmatico come il gatto del Cheshire, nasconde un mistero. La cosa si fa ancora più evidente quando da un giorno all’altro scompare. A Claire lascia una lettera, in cui le dà appuntamento di lì a due giorni nel giardino del Musée Rodin mettendola in guardia da qualcuno che potrebbe pedinarla. Quell’inseguitore senza volto e senza nome non può essere altri che Paul Rossetti, venuto a stare da poco nell’appartamento sopra a quello di Claire. Il tizio sembra voler a tutti i costi entrare in contatto con lei, nonostante Claire sia più raggelante di un iceberg. Quindi deve avere i suoi buoni motivi per starle tanto appresso e farle tante domande sul coinquilino nipponico svanito nel nulla...
Rinchiusa fra le sue quattro mura come in una sorta di trincea Claire osserva il microcosmo che si affaccia sulla corte quadrata dell’edificio dove si è asserragliata. Si concede ben poche sortite. Lavorando in casa non deve subire la penitenza delle otto ore quotidiane in ufficio né la convivenza spaccanervi con i colleghi, ed esce soprattutto per sottoporre al suo medico di fiducia gli innumerevoli acciacchi, veri e presunti, di cui soffre. Vede qualche volta un fidanzato osteopata coi piedi ben saldi per terra e la mente non appesantita da eccessi intellettuali, che mantiene a distanza di sicurezza (è sintomatico il Noli me tangere con cui lo spegne dopo un acceso scambio sessuale). Si interessa alla gente, ma da lontano. Quello che ama davvero sono i libri. Sa che quella passione le ha fatto tagliare gli ormeggi. Sa anche di essersi messa a leggere “per giustificare il mondo della sua banalità” e di aver scoperto a un certo punto di non aver più bisogno d’altro. Ma forse bleffa un poco con se stessa recitando la parte di autarchica, perché con l’amore non è riuscita a chiudere definitivamente la partita. Si è doverosamente dannata l’anima per un uomo irraggiungibile che ha ancora il potere di aggrovigliarle lo stomaco, si è lasciata attrarre platonicamente da Ishida così come avrebbe potuto lasciarsi ispirare da un paesaggio o da un quadro, poi capitola poggiando la sua testa bizzarra sulla solida spalla del buon terapeuta. Per provarsi una buona volta a vivere normalmente. Non è detto che ci riesca, anzi, forse sarebbe proprio meglio di no perché Claire ci piace così com’è. Nel suo brillante esordio letterario virato di giallo Claire Bassignac tratteggia in punta di penna, con abbondanza di minuzie caratteriali rivelatrici, una solitaria fobica che ci conquista con le sue ansie e le sue manie. Instillando il dubbio che ci vorrebbero molte più Claire. Persone follemente savie, che invece di apparire, cianciare, mescolarsi, preferiscono ritrarsi, tacere, pensare, praticando un atto che, oggi come oggi, è davvero rivoluzionario: leggere a oltranza.

 

 

 

 
 
 
 
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