Gli addii

Gli addii
“Sentii di essere partecipe della gioia di vivere…riuscii a pensare che l’intera mia vita sarebbe stata tutta persuasa da questo sentire”. Valerian sembra essere l’unico amore possibile per una donna che idealmente lo ricostruisce, ma è anche l’unico vero filo che intesse la trama di questo testo onirico e visionario. Eppure l’io lirico e mai narrante, ma vivifico ed  emozionato si incontra con i ricordi, i dialoghi, le vicende che sostengono compiutamente il percorso dei moti dell’animo nel suo divenire. E’ una storia priva della tradizionale linearità narrativa, l’incontro di due persone che si avvicinano e si allontanano, si cercano e si lasciano, si raccontano seguendo un filo dialogico fitto di impressioni, di luci, di colori, di emozioni catturate dentro l’io e attraversate dallo sguardo panico. Non è dunque un percorso lineare ma una melodia  spezzata “nel suo punto più attraente” da stati d’animo musicali in cui si muove il “pensiero che procede per idee e associazioni”. Il sentimento per l’amato Valerian è ambivalente, si cela dietro la sua “nuca bionda”, è di desiderio e di dolore, di amore e della sua mancanza.  Si percepisce una figura femminile intenta a  eliminare il dolore recatole dal suo uomo: “dal fatale susseguirsi del suo avvicinamento, del suo graduale distacco  e della sua scomparsa…”. Sono questi  i versi che narrano un amore mai divenuto storia. Un intenso e corporeo sentimento che accompagna lei a riconoscere il mondo con l’immagine del suo amato: “riconoscere il mondo con i vostri occhi, con i vostri orecchi, con la vostra pelle, inventariare così il mondo…nella certezza allora che le sensazioni della vostra vita, le minime come anche le più intense, siano intrecciate alle mie…” Le sequenze, spesso spezzate dalla fragilità delle cose, dai sogni e dagli incubi di una perdita definitiva, si intrecciano e poi volano nell’immaginario e nel ricordo: ”il brandello di un fiocco di ghirlanda che portava scritto il vostro nome e una parola d’addio volò via”...
Friederike Mayröcker,  nata a Vienna nel 1924, è stata dapprima espressione del movimento della Wiener Gruppe, poi una delle più importanti protagoniste della neo-avanguardia tedesca. Approda nel 1980 allo stile narrativo e in seguito ad una felice produzione in versi fino a conseguire nel 2001 il premio Buchner, massimo riconoscimento letterario della sua nazione. Il testo in prosa è stato pubblicato dall’autrice nel 1980. I cigni, le cicogne, le colombe, le poiane sono interpreti di un io lirico e contemplativo, sfoggiano una prosa dal piumaggio alato che irrompe con una sovrabbondanza di toni e di umori tesi a scomporre la tradizionale linearità del romanzo. Si spezzano i legami tra le cose, il nesso tra le vicende narrate, ma non si perdono i significati che si estendono nei ritmi della poesia lirica, nelle “tecniche del  montaggio e del collage”, nel “grande piacere di maneggiare il linguaggio”. La prosa si alterna felicemente ai versi in un clima surreale. Manca il plot, ma il componimento scorre veloce seguendo i ritmi della realtà quotidiana di cui la parola è elemento “in perenne fioritura”. Il libro non è solo un eccellente esempio di raffinata tecnica letteraria e di riflessione poetica, ma esprime il suo valore più alto nell’affrontare il tema del dolore e dell’addio nel modo in cui esso appare, in tutta la sua eloquenza di gesto chiuso, definitivo. Si percepisce una tensione sacrale del distacco che coniuga l’addio al plurale in una coralità in cui si esprime lo stesso autentico dolore individuale condiviso e partecipato. Il sentimento del dolore esteso e dilatato alle altre cose accomuna e crea un circuito perennemente rigenerativo, ricco di toni floreali in cui sono evidenti le tracce di una poesia commossa. La mancanza di una coerenza narrativa trova i primi suggerimenti nella tradizione culturale austriaca della Vienna di fine ‘800 in cui l’io soffre ed è preso quasi totalmente dall’inseguire i luoghi dell’animo in ogni annuncio futuro e in ogni sua passata stagione. La scelta di una prosa non propriamente lineare nella narrazione, ma più poetica nei lineamenti che la contraddistinguono, può essere riferita a una concezione postmoderna che accoglie anche l’uso di ampie citazioni. Tuttavia è altrettanto vero che il plot scompare solo apparentemente  e riappare in un intreccio onirico visionario di immagini e di emozioni mai vuote, mai isolate e mai prive di significato. Si alternano categorie e corporazioni semantiche nelle toniche rappresentazioni mentali che costruiscono e rievocano le vicende. Un’architettura linguistica  si apre al mondo e alle cose come parte integrante di essi, annulla ogni limite e ogni confine di memoria in un flusso perenne che scava dove l’acqua è profonda.

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