Gli affatturati

Gli affatturati

Furgoni, carretti e carrettine. C’è animazione nel palazzo: il marchese di Fontesecca e la sua famiglia verranno ad abitare qui; dovrebbero essere il capofamiglia, sua moglie, la figlia di dodici anni e un paio di cameriere. In una piccola comunità come la nostra il desiderio di poter incontrare una famiglia di antica dinastia nobiliare è ancora più forte rispetto a qualsiasi altro luogo anche perché non capita tutti i giorni di potersi confrontare con l’eleganza e la raffinatezza di certa gente, tuttavia di questi Fontesecca non sembra esservi traccia. E tra un pettegolezzo e l’altro, iniziano a circolare le prime voci sulle strane abitudini del marchese; pare infatti che egli esca solo a tarda notte e ritorni prima che sia giorno e che, come se ciò non fosse abbastanza strano, non voglia ricevere visite per nessuna ragione… 1940: dall’Inghilterra è di ritorno Maria Corrio, la sorella della baronessa Giuditta Malaspica. Grandi saluti e feste tra i familiari passati ad omaggiarla. Prodiga di complimenti nei confronti dei nipoti ormai cresciuti, Maria non riesce a fare a meno di notare la carnagione spenta di quei giovani virgulti pronti a balzare rampanti in società. Sua sorella le risponde che, come lei, sono affetti da anemia e che da lì deriva la loro carnagione pallida e smorta. La vita presso la baronessa prosegue tranquilla, ma le stranezze non tardano a presentarsi… Due ex-compagni di studi di opposta estrazione sociale si ritrovano per studiare assieme per l’esame da procuratore: Gustavo, corpulento, povero e timorato di Dio ed Enrico, proporzionato, benestante, di mentalità aperta e con una splendida moglie, Linda. Lo studio è proficuo, con entrambi che si dedicano anima e corpo per passare l’esame ma, dopo poco, Gustavo inizia a veder vacillare la sua fede in Dio e nella sua famiglia, che di Dio è estensione e completamento: Linda lo turba e lo ossessiona, e lui non riesce a sottrarsi a questa tentazione che si sta insinuando pericolosa nella sua mente…

 

 

“Sono affatturati, peggio che matti, hanno stregato anche me. Disgraziati o fortunati, giudicherà la città quando racconterò tutto. Io non ci capisco niente, non posso far niente, mi hanno imbrogliato le carte”. Confusione, delirio, ossessione; questi sono i temi principali dei tre racconti oggetto della pregevole raccolta di Livia De Stefani,scrittrice proveniente da una antica famiglia siciliana di intellettuali e mistici che, finalmente ottiene nuova visibilità grazie alla casa editrice Elliot. Gli affatturati, infatti, vede oggi la sua prima ristampa dai tempi della sua uscita, datata ormai 1955. La piacevole riscoperta non si ferma tuttavia a quel gusto un po’ vintage di recuperare pezzi perduti di narrativa italiana del Dopoguerra, ma contribuisce a tracciare un’ideale ponte fra Verga e Moravia, grazie alla sua spietata e realistica descrizione di una nobiltà borghese pregna di stranezze, tare e oscure manie. Il lettore quindi si troverà di fronte un marchese terrorizzato dai germi e dal contagio a un punto tale da vivere in una realtà asettica, notturna e parallela (a discapito anche della giovane figlia); una mater familias che ha scoperto come la morfina sia in grado di sedare ogni dubbio e affanno per sé e i suoi cari e, infine, un uomo sgraziato, bigotto e povero che perde la testa per la moglie altolocata di un suo compagno di studi vacuo e fannullone. L’atmosfera che pervade Gli affatturati è insana, a tratti lugubre e a tratti spietatamente ironica, con ogni tentativo di affrancamento da questo status quo delirante che si traduce in un nulla di fatto e in una rassegnata accettazione di una follia dinastica, beneducata e senza via di scampo.



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