Gli altri fantasmi

Gli altri fantasmi
Tra i vicoli di Napoli, ai piedi di un grande palazzo, in un “basso” soffocante, si narra la storia di una bambina senza nome, ma che si potrebbe chiamare Filomena. Ha dodici anni ed è diventata adulta a dieci, nella notte in cui sua madre è morta di parto. Filomena è la prima di sei figli, sei bocche da sfamare. Il padre lavora in cantiere, ma quel poco che guadagna se lo beve o se lo gioca nei bui anfratti del porto. È lì che Filomena va a riprenderlo ogni sera: devastato dall’alcol, lui si appoggia a lei e con mani ruvide cerca in quel corpo il ricordo della moglie. L’inferno di Filomena è un dolore da scacciare con l’acqua gelida della fontana, all’alba, prima che arrivino le donne a sciacquare i panni… Un uomo cammina tra la folla distratta, ha sul volto lo sguardo della disperazione, capelli sporchi e borse sotto gli occhi. Nessuno si accorge di lui, né ode l’urlo che gli vibra dentro per la morte del suo piccolo Marco. Lui era il “Papo” e Marco il Bimbomio: soli al mondo, ma felici, fino al giorno in cui arriva a Papo una telefonata dalla scuola: Bimbomio è caduto.
Nella cucina di una casa borghese, mentre il rito di preparazione del caffè si compie, Loris, un pappagallo di paglia assiste dal suo trespolo agli sfoghi rancorosi di una coppia, che non comunica mai in modo diretto, ciascuno dicendo a Loris perché l’altro intenda…
Napoli, terra fertile di riti e credenze, che conserva ancora un legame peculiare con i defunti, è il contesto naturale della narrazione di Maurizio de Giovanni, in cui i morti quasi coesistono con i vivi. Il testo, destinato al teatro e articolato in tre atti, mette in scena attraverso due monologhi ed un dialogo, i patimenti generati dalla miseria, dalla solitudine e dall’odio. Il dolore freddo e tetro solleva i personaggi in un limbo, tra la vita e la morte, in attesa di una conclusione liberatoria. Stile e ritmo della scrittura seguono docilmente il testo ed alla potenza evocativa del primo racconto, succedono i toni concitati del secondo atto e il sorriso amaro dell’ultimo tempo.

 

 

 

 
 
 
 
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