Gli ambasciatori

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Dopo essere sbarcato a Liverpool da un piroscafo proveniente dagli Stati Uniti, Lambert Strether raggiunge la vicina Chester: ha un appuntamento con un amico, l’avvocato Waymarsh, anch’egli americano. Alla reception dell’hotel gli fanno sapere che l’appuntamento è confermato, ma che Waymarsh non arriverà prima di sera. Strether accoglie la notizia con un certo inspiegabile sollievo, così come è stato in un certo senso contento che l’amico non sia venuto ad accoglierlo allo sbarco: in fondo “non c’è da temere che in seguito non si vedano abbastanza”. Nella hall Strether, che è un uomo di mezza età con i baffi ed i capelli grigi, gli occhiali e un caratteristico colorito bruno, viene avvicinato da una donna, “i cui lineamenti – non di giovanile freschezza, non particolarmente belli, ma in felice rapporto tra loro” – non gli sono nuovi. Dice di chiamarsi Maria Gostrey. Sì, ora ricorda: l’ha vista il giorno prima a Liverpool, mentre parlava con un gruppo di persone che hanno viaggiato sul piroscafo con lui. La donna afferma di conoscere Waymarsh e ha con Strether un atteggiamento così familiare, rilassato ma al tempo stesso seduttivo, che l’uomo ne è conquistato: i due hanno “l’aria d’essersi accettati a vicenda con un’assenza di preliminari praticamente completa”. In capo a dieci minuti hanno già deciso di andare a visitare la cittadina insieme, e si danno appuntamento lì nella hall dopo dieci minuti, il tempo di passare in camera a darsi una rinfrescata e a cambiarsi d’abito. Lambert e Maria passano una serata incantevole, e Strether persino a Chester inizia a subire il fascino dell’Europa, fascino proverbiale sul quale però lui è stato a dire il vero sempre un po’ dubbioso (malgrado un bel viaggio fatto da giovane), lui che vive e lavora a Woollett, una sonnolenta cittadina del Massachusetts. Forse è per questo del resto che è stato scelto per la “missione” che è al cuore del suo viaggio: la donna con cui ha una relazione, la bella e benestante vedova Newsome, è assai preoccupata per le sorti del figlio Chad, che vive a Parigi e non vuole saperne di tornare a casa, probabilmente “stregato”, circuito da una donna francese che vuole appioppare al ragazzo – ottimo partito – la sua procace figliola. Il compito di Lambert Strether è trovare Chad, strapparlo dalle grinfie della furba matrona e riportarlo negli Stati Uniti dalla madre, dalla fidanzata e dai suoi affari…

Pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel settembre 1903 e negli Stati Uniti a puntate dal gennaio al dicembre 1904 sulla “North American Review”, Gli ambasciatori ha subito – tra un’edizione e l’altra – diverse modifiche dall’autore, che riteneva alcuni passaggi non adatti ai lettori americani. Considerato da Henry James il suo romanzo “più perfetto”, racconta – con atmosfere a metà tra giallo psicologico e commedia sofisticata – la metamorfosi di un uomo spedito in una sorta di “missione di salvataggio” nella “viziosa” Europa da una quadrata provincia americana che finisce per innamorarsi del Vecchio continente e tutto sommato condividere (malgrado la gelosia) le scelte controcorrente del ragazzo di buona famiglia che egli dovrebbe “recuperare” alla morale yankee. Nella prestigiosa Antologia critica della letteratura inglese a cura di Anna Maria Crinò e Brian Deakin riguardo agli ultimi tre romanzi di Henry James si parla di “uno stile incredibilmente involuto, che sembra incapace di una dichiarazione diretta”. È una osservazione che – malgrado lo scintillante talento di James, anche qui evidente in ogni riga – ben si adatta a Gli ambasciatori, romanzo dalla prosa involuta, fittissima di incisi, metafore ed ellissi. H. G. Wells una volta definì con puntuta ironia Henry James “un ippopotamo che cerca, senza riuscirci, di raccogliere un pisello”, ma forse la chiave di lettura di tanta opacità sta in un cambio di prospettiva. È come se James qui spostasse l’inquadratura dagli eventi in cui sono coinvolti i personaggi all’interiorità con cui essi li vivono e li elaborano. Come se da sublime narratorie di storie, nella tarda maturità si fosse trasformato in uno “storico delle coscienze sensibili”, come lo definiva Joseph Conrad. “La sua era dunque una ricerca”, scrive una delle traduttrici storiche di James, Hilia Brinis. “Condotta fino all’esasperazione? Può darsi, ma indubbiamente con grande finezza e maestria”. Maestria che del resto è del tutto evidente nella memorabile scena in cui Strether scopre che Chad la relazione sessuale ce l’ha con Marie de Vionnet, la madre di mezza età, non con la figlia. Due curiosità. La prima è che Gli ambasciatori nasce da una conversazione avuta da James con un suo amico, lo scrittore William Dean Howells, appena tornato da Parigi dove era stato a trovare il figlio. La seconda è che la figura di Maria Gostrey, assolutamente centrale nella storia malgrado le apparenze, è ispirata a Constance Fenimor Woolson, una scrittrice “commerciale” che James conobbe a Firenze nel 1880 e frequentò per molti anni pur non avendone alcuna stima letteraria: la altezzosità con cui lo scrittore trattava la donna causò alla fine una rottura tra i due, e la Woolson pochi anni dopo si suicidò lanciandosi dalla finestra di un albergo a Venezia, suscitando in James profondi (e giustificati) sensi di colpa.



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