Gli amici del Bar Margherita

Gli amici del Bar Margherita
Taddeo Osti nel 1954 ha solo diciotto anni e un pensiero fisso: entrare nel clan esclusivo del bar Margherita. A Bologna, in quell’epoca, di ritrovi così ne spuntano a ogni angolo. Suo nonno, per esempio, frequenta il “Billy”. Ma come il “Margherita”, non ce n’è. Soltanto lì si presentano i mitici sette, che sono nell’ordine: Al, una leggenda, “nel suo piccolo”; Manuelo, ladro di macchine e appassionato di donne nude; Sarti, campione di boogie, ma senza neanche una coppa; Zanchi, rappresentante di cravatte, che porta le sue lavoranti a mangiare il pesce; Gian, aspirante cantante sanremese; Mentos, in bagno con la porta aperta per via delle sue crisi di panico e infine Bep, perenne innamorato deluso. Arrivano di solito verso sera e tra un Fernet e un Vov che Walter, detto Water, porge da dietro il bancone, tirano tardi a giocare a biliardo, farsi scherzi e raccontarsi la vita. La gerarchia del gruppo è molto rigida e riceverne le grazie non è facile, ma Taddeo con un po’ di furbizia e fortuna ce la fa. Da quel momento, dopo il battesimo di Al, diventa “Coso” per tutti, pure per sua madre, che ha un debole per i calzini variopinti del dottore della mutua. Taddeo scorta puntualmente Al all’Esedra, dove ci si lustrano gli occhi e non solo con avvenenti entraineuses. Una si chiama Marcella. Bep è pronto a partire in capo al mondo al suo fianco. Come Gian, d’altronde, che prende la strada di Sanremo, portandosi in valigia la sua canzone, dedicata al bar Margherita. E Coso? Anche lui, è disposto a tutto, pur di rubare un ballo alla sua Lei, persino di chiudersi alle spalle la porta della stanza in cui giace moribondo - e poi morto - il vecchio nonno…
Non è semplicemente il piacere del racconto che ci tiene incollati tra le pagine di questo libro. Di racconti, in fondo, ce ne sono tanti, tutti minuscoli e, se vogliamo, naif. A fare la differenza, invece, è il sapore della Storia, che ci viene consegnata nella sua coralità. Un miscuglio indefinibile di dolce-amaro-acre, capace di sorprenderci come il flash improvvisato di una fotografia. Quel gusto per i ricordi lontani di cose perdute nelle vie di una città che non esiste più, ma solo a rinominarla torna a vivere nei volti, nelle parole, negli aneddoti affabulati dei suoi abitanti, che non sono macchiette, né caricature e nemmeno personaggi; bensì, semplicemente persone. La nostalgia, che strappa una risata, asciuga una lacrima, punge di cinismo, e poi si fa “materna” e indulgente, trasformando quel microcosmo nell’affresco straordinario dell’epoca del come eravamo. Ecco cos’è questo libro. E se non leggessimo la firma dell’autore, credo non tarderemmo a indovinare la sua identità. Perché il tocco di Pupi Avati è assolutamente inconfondibile nella scrittura, come nel cinema. Senza mai strafare, -gli effetti speciali o le stravaganze esotiche non appartengono al suo stile-, con eleganza e simpatia, ci intrattiene qui amabilmente e amorevolmente intorno alle chiacchiere del “suo” bar… che poi è anche il bar di tutti noi italiani, inguaribili sentimentali di ieri, oggi e domani.

 

 

 

 
 
 
 
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