Gli anni

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La Francia dei bombardamenti. Tutti a cercare riparo tenendosi i morsi della fame che sarebbe dovuta servita per dopo: per ricordarsi di non sprecare. Di apprezzare. La Francia del secondo dopoguerra, sventrata e afflitta, calcinaccio su calcinaccio. Per le strade miserie e bambole rotte e borsa nera e povertà a badilate. Le ragazze ed i ragazzi, cessato il conflitto, si sentono dei sopravvissuti e con la forza degli scampati sorridono alla vita nell’incipienza della pubertà, dei primi pruriti, dell’educazione sessuale pudicamente intrapresa sottobanco sbirciando le riviste, guardando ai più grandi con un misto di ammirazione e fretta di trovarsi al loro posto per parlare senza pudore, sboccati e liberi; per poter mettere le mani su quello che allora, affacciandosi alla malizia ed all’impudicizia, sembra il chiodo fisso di questa bella gioventù: il sesso. Tutti scalpitano per scoprire l’emozione di amplessi fino ad allora consumati solo con gli occhi rubando righe ai romanzi proibiti o costruendo castelli su frettolosi fotogrammi proiettati al cinematografo. Tra l’impazienza di mettere le mani dentro le mutandine e la paura di combinare danni irreversibili, questa generazione miracolata dalle bombe cresce e nel frattempo, mentre quei ragazzi e quelle ragazze diventano padri, madri, amanti, separati e poi divorziati alla perenne caccia del centro di sé, persi nel vortice del consumismo, delle nuove tivù, delle nuovissime lavatrici e dei nuovi centri commerciali che ne sono i templi, i francesi passano dal telefono al cellulare, dalla bicicletta all’automobile, dal frigo vuoto al frigo pieno, dai francesismi agli inglesismi, dalla lingua di Proust alla gergalità non più soltanto giovanile che rubacchia termini oltreoceano. Allo stesso modo, mentre la borghesia è distratta dalla scelta della nuova meta per le vacanze e le femministe col coltello tra i denti rivendicano la legittimità dell’aborto, della pillola del giorno dopo, dell’utilizzo degli anticoncezionali e dell’aborto, la Francia scorre ai loro piedi da De Gaulle a Mitterrand, a Chirac a Sarkozy. Dalla tv e dalla radio arrivano gli echi degli impegni lontani: l’Indocina e poi il Vietnam, l’Algeria ed il Rwanda. E poi gli anni del terrorismo, degli arabi che dirottano aerei molto prima dell’11 settembre, della banda Baader-Meinhof e delle brigate rosse. Materia prima per la formazione della propria coscienza civile, nerbo dinamico della propria ideologia gauchista nutrita a pane, Sartre, Foucault, Bourdieu e Simone De Beauvoir. Con un sottofondo che alterna i Beatles a George Brassens quei ragazzi e quelle ragazze invecchiano, scoprono che molto di quella vita prima castigata e poi troppo libera è stata una grande illusione, ma che anche da adulti, da vecchi, si può recuperare qualcosa; che il sesso può essere bello anche in tarda età; che non ha senso castigarsi e volersi male; che può esserci tenerezza anche sul viale del tramonto e che però bisogna spicciarsi per “salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più”…

Che cosa resta quando “tutte le immagini scompariranno”? Spezzoni fugaci, ricordi vividi che messi insieme come una mappa fatta di appunti, involti, etichette, scontrini, biglietti del treno, pagine di diario, ritagli di giornale, francobolli e petali appassiti ci restituiscono, in qualche forma, un passato che si fa storia. Una storia personale e collettiva che abbraccia un io interiore che cresce e lo accorda agli eventi generali di cui è o è stato attore o spettatore. Annie Ernaux, con una delicatezza ed una ironia raffinate che ricordano l’intimità confidenziale del Paul Auster di Diario d’inverno e Notizie dall’interno, costruisce un romanzo autobiografico che si sovrappone al romanzo di una nazione. Una parabola di formazione sociale, politica ed umana che segue la geometria biografica di un individuo - della Ernaux, appunto - e quella storica del suo paese. E’ la memoria corale e collettiva di una generazione uscita dalla guerra con le camicette chiuse fino all’ultimo bottone e proiettata nei magmatici anni Settanta coi pantaloni a zampa d’elefante, gli occhialoni da sole e le magliette con le stampe a fiori. È l’analisi impietosa di un Paese che si guarda allo specchio e si scopre non tanto diverso da tutti gli altri, alla faccia della grandeur. Gli anni, così narrativamente presente a se stesso, così intenso nel rendere i dettagli, le sfumature, le sensazioni, è l’esempio narrativo di come la storia di un individuo non può essere scissa da quella del posto in cui cresce e che la vita di ciascuno non è che il riflesso di ciò che si introietta, di ciò che si assorbe, di ciò che viene fatto proprio. Leggere la storia personale di Annie Ernaux - che si apre al lettore con grande generosità e gli si dona senza riserve né tabù - è, infatti, anche leggere la storia della Francia vista attraverso i suoi occhi, vissuta attraverso la sua pelle; un Paese spaccato dalle contraddizioni, che chiude un occhio sul suo passato, che accetta nel suo seno fughe cinetiche di xenofobia e razzismo, ma così ricco, allo stesso tempo, di cultura e arte, fucina di altissimi pensieri intellettuali ed irripetibili esperienze letterarie.



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