Gli anni belli

Benedetto Properzi deve partire per il militare, è arrivata la cartolina. Non bastava condurre una difficoltosa vita lavorativa da immigrato - da anni oramai s'è dovuto spostare dalla quasi arcaica Subiaco a Roma, per dare una mano alla famiglia e sfamarsi – ci voleva anche il militare. D'altronde sono tempi duri. Il fascismo impera, siamo in epoca di guerra coloniale, ma ben presto le cose potrebbero anche peggiorare, anche se il ragazzo ancora non lo sa. Meno male che c'è Elena. Si sono innamorati. Lui sta uscendo dall'adolescenza, lei è poco più di una bambina. Ma certe scintille scoccano e non contano l'età, lo  status sociale, l'epoca storica. Son quei fuochi che si accendono e riscaldano e come cera vanno a plasmare quelli che diventano gli “anni belli”,  anche se fuori fa freddo, tanto freddo. Ma una volta trovato un amore tutto sarà diverso. Assorbito, ricompreso, variante, mutevole, eppure lì. Come nelle migliori storie d'amore, quelle che non esistono eppure tramandano la leggendaria eternità di un sentimento cui non tocca agli umani stabilirne la verità o al bugia…
Al di là della storia fra una ragazzina vivace e per così dire “scafata” e un post-adolescente che cerca di conservare intatti vita e sentimenti nonostante un'esistenza non certo agiata, è lo sfondo che l'autore dipinge a far emergere particolari affatto banali e abusati. Quello delle storie personali minimali che non entrano nella Storia ma che di fatto ne costituiscono le fondamenta. Il quartiere di San Lorenzo in cui Benedetto alloggia nella Roma fascista, la Subiaco in cui il ragazzo è nato e a cui è profondamente legato, ancora immersa in un primo novecento quando in realtà altrove si strepita di un’Italia moderna. Questi ed altri affreschi donano al romanzo una luce nient’affatto convenzionale. Certo, i caratteri lasciano poco spazio all'interpretazione: ogni moto dell'anima, ogni istante decisivo è meccanicamente ed accuratamente descritto, il lettore quasi non trova spazio, la storia è quella, non ci sono altre possibilità. Sembra che ci sia la paura che qualche parola possa perdersi, che anche la più comune e banale emozione abbia bisogno di essere detta, circostanziata, aggettivata. Coraggiosa scelta stilistica, se non altro, in una stagione narrativa in cui si tende genericamente al riassunto, troppo spesso spicciolo e privo di nerbo e cuore, per mancanza di tempo o di voglia, o forse sotto l’influenza degli sms o dei tweet: in questo libro – si sappia – le cose non vanno così. Ed è un romanzo che parte lentissimo e via via incalza, fino davvero a diventare una descrizione malinconica ma convincente di anni in cui era bello credere, sperare, avere. Ritorna quindi Marco Proietti Mancini, lo scrittore romano oramai alla sua terza prova narrativa, reduce dalla buona accoglienza di pubblico e critica per il suo amarcord su Roma. E questo suo Gli anni belli è un corposo romanzo dalla struttura solida, anche se dall'inizio forse un poco farraginoso, in cui riecheggiano temi già accennati precedentemente ed esposti alla luce di una più matura consapevolezza dei propri mezzi e delle proprie capacità, nel pieno nel solco di una certa tradizione narrativa che personalmente ritengo abbia i suoi capostipiti in Cassola e Bassani - più il primo che il secondo - capaci di riflettere in piccole, innocenti storie di sapore elegiaco-sentimentale i piccoli e grandi drammi esistenziali di micro-comunità e semplici personaggi ingurgitati da epoche oppure semplicemente società voraci ed avide, ostile al piccolo, fagocitate dal grande. Torna ripetutamente il tema del progresso moderno che ammala e sostanzialmente cancella il bello, il buono ed il vero, già presente in maniera evidente in Roma per sempre, che sicuramente anticipa questo romanzo per tematiche ed alcuni impianti narrativi e contenuti di interno famigliare. Ed è bello vedere citati quelli che, in una svolta narrativa sorprendente e decisiva - visto che Benedetto amava leggere -  forse sono state le passioni di lettura dell'autore: assieme ad un Salgari cui nessuno è scampato, magari un prevedibile Verga e per me uno scontato Fogazzaro,  un vezzoso Pirandello, tutti giustificabili con l'epoca di ambientazione del romanzo, ma anche un’attuale ed inaspettata la citazione di Carofiglio. Continuo dunque a seguire con grande interesse il percorso tematico-narrativo di Proietti Mancini, perché potrebbe alla fine esplodere definitivamente. Già ora, del resto, la resa è senza ombra di dubbio superiore alla media nazionale mainstream.

 

 

 

 
 
 
 

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