Gli anni falsi

Gli anni falsi
Quindici anni, una età troppo prematura per perdere un padre. Ma così ha voluto il destino per Luis Alfonso Fernández, che del genitore porta lo stesso nome. Come un presagio che pesa sulle sue spalle e che ne ha segnato il cammino. Per ripagare le speranze del padre che lo vedeva proteso verso una brillante carriera ("Figlio mio, abbatterai ogni ostacolo e arriverai molto in alto!") Luis Alfonso si identifica con i suoi desideri, le aspettative, le volontà: svolge il medesimo lavoro di assistente di un importante uomo politico e si sostituisce totalmente a lui tanto nella vita familiare, assumendo il ruolo di marito per sua madre che lo tratta con il medesimo rispetto avuto per il compagno senza mai domande per le sue assenze e lontananze, di padre delle sue sorelle gemelle e di amico degli stessi amici, quanto negli affetti diventando l’amante di Elisa che, prima, lo era stata del padre. Ma, insieme al genitore, Luis Alfonso seppellisce anche i propri sogni. E’ la tomba, il cimitero il luogo di comunione con il padre in cui scaturiscono le confessioni più sincere, nel quale parole cariche di amarezze e di rimpianti si fanno pesanti come pietre. È il cimitero il luogo in cui indissolubilmente l’io di Luis-figlio si confonde con il tu di Luis-padre: una medesima vita che diviene medesima morte. E l’emulazione è tale e tanta che i sogni di grandezza di Luis-padre non avranno più limiti nella mente ossessionata del figlio…
Gli anni falsi, che vinse il Premio Juchimán de Plata, è il secondo e ultimo romanzo di Josefina Vicens, nel quale la scrittrice affronta ancora una volta il tema della complessità e identità umana, riletto rispetto a ‘El libro vacío’ sua opera prima, in chiave più matura. Il romanzo breve ripercorre le tappe dolorose della devastazione verso l’abisso della vacuità del giovane Luis Alfonso, preda infelice e assetata di una propria identità che gli viene negata sia dalla stessa famiglia che non prova alcuno smarrimento di fronte all’assunzione del ruolo di Luis Alfonso da figlio a marito e padre, sia degli amici del genitore che lo accolgono con una sorta di pacca bonaria sulle spalle, nel loro gruppo di bevute. È il momento della prima ribellione di Luis Alfonso, che rifiuta di essere chiamato con il nomignolo del padre, conosciuto da tutti come Poncho Fernández, né tanto meno accetta di doversi sottoporre ai crismi del machismo che voleva l’identificazione di ogni uomo messicano con un uomo-modello, un ‘macho’ appunto, che mente alla moglie, non sopporta (o poco e male) ogni figlia femmina, fa un lavoro oscuro di cui non può parlare, gioca a carte o a braccio di ferro nelle osterie, sperpera i soldi guadagnati e soprattutto non dà e non ha spazio per i sogni. Cose, tutte, molto distanti da quella parte di anima fragile, emotiva, quasi femminile di Luis Alfonso che prima della morte del padre, gli aveva invece fatto desiderare un futuro da postino, da vigile del fuoco, da esploratore delle profondità del mare (indice ancora una volta del bisogno di ricerca interiore), da qualche cosa di diverso da ciò che gli altri avevano sempre imposto o voluto per lui. Qualcosa di esclusivamente suo. Attraverso il machismo si profila anche la condizione femminile nel Messico di appena un quarto di secolo fa. Donne a cui era assegnato un ruolo predefinito senza possibilità di scelta, che veniva subito in maniera remissiva e passiva. Donne succubi di mariti e figli, donne serve riverenti di capo famiglia a cui si deve tutto e da cui accettare tutto. Non senza scherno (misto a compatimento), è il disincanto per queste figure incatenate a falsi preconcetti e pregiudizi, ombre stemperate accanto a uomini a volte comprensivi a volte padroni, restie ad una personale affermazione. Uomini che tuttavia mentono a se stessi se si credono tutti di un pezzo. Come Luis Alfonso Fernández, incarnazione dell’inadeguatezza dell’individuo nella società e nella famiglia, espressione di un indomito bisogno di risposte alle domande esistenziali che il percorso individuale impone all’essere. Ma non è un cammino salvifico quello del protagonista, destinato alla perdita di identità che si accompagna alla sconfitta e sofferenza emotiva di fronte all’assenza del padre, unica figura che in una società machista potesse mostrargli amore o dal quale ricevere amore. La sola cosa che resta per una devozione che non conosce confini, dopo la dipartita, è legarsi, confondersi e fondersi al genitore in una cura ossessiva della tomba – la buganvillea, la croce, la lapide, la cancellata - che diviene la sua tomba. Una perdita inseguita ed enunciata anche dalla scrittura che, in una dualità confusa di pensieri ed obiettivi, si sdoppia. Il protagonista, nei moti del cuore, rivolgendosi al padre intercala dialoghi in prima persona a un naturale ed esplicito ‘noi’. È lo smarrimento e l’identificazione piena in un altro da sé che incombe e nel quale il protagonista soccombe. Come il romanzo, anche la scrittura con l’incedere della storia si fa a mano a mano più analitica, psicologica, a volte perfino ambigua, gridata e urlata. Come la rabbia, nel lungo monologo interiore del protagonista, su quella tomba dalla quale la sua anima entra ed esce a brandelli, svilita. Senza scampo. Anche dopo tutto il furore, anche dopo le mistificazioni (Luis Alfonso si crederà Dio). Anche allora tutto permarrà uguale. Il padre resterà sempre Poncho Fernández e lui, il protagonista, Luis Alfonso Fernández. Amara delusione.

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