Gli avventurosi siciliani

Gli avventurosi siciliani
Trovarsi improvvisamente sballottati da Milano a Trapani nel pieno della giovinezza, quando si fanno caotici e speranzosi progetti per il proprio avvenire, non deve essere affatto facile. Così è per Fulvia, costretta dalla madre a salire su quel treno che la dovrà portare a Trapani al capezzale dello zio Rosario (ricco benefattore di famiglia) ufficialmente malato ma già conscio dell’accordo di matrimonio che dovrà legare il figlio Ninì alla nipote Fulvia. Un viaggio lungo, lunghissimo, claustrofobico per una ragazza piena di vita che tutto vorrebbe tranne che trovarsi intorno una vagonata di gente accaldata e vestita di nero.  Sono i siciliani, leggendari per chi li ha conosciuti solo tramite le pagine stropicciate di qualche giornale, così cupi e foschi, eppure odorosi di mandorle, pistacchi e arance. Saranno l’avvocato Vincenzo Pennisi e il commerciante di frutta Candido Petralia a svelare a Fulvia tutte le contraddizioni di quel mondo enigmatico e ricco di storia. I tre si imbarcheranno da una Napoli gentile e “fosforescente”, dove i siciliani fingono di voler fuggire il prima possibile anche se segretamente si sentono a casa, accomunati da quell’indole calorosa e accogliente propria delle città di mare. Tra premonizioni di follie edilizie, quali l’ipotetica progettazione di un ponte sullo stretto, presunti accordi segreti tra le Ferrovie e la Marina nella contesa del “mercato dei ritardi” e impacciate seduzioni notturne all’ombra della luna riflessa su un oblò, i tre approdano a Palermo dove incombono i preparativi per la partita di calcio Palermo – Milan e dove saranno presto investiti da una folla festante che sovrasterà il loro disordinato e bizzarro programma di viaggio. Dopo Palermo, Trapani, dove Fulvia scoprirà il reale motivo del suo viaggio e dove rischierà di rimanere imbrigliata nella politica di sfruttamento dello zio “benefattore”. Saranno proprio i due amici a salvarla…
Qualche giorno dopo la scomparsa di Nello Saito, Giovanni Russo (che ha curato anche la prefazione di questa preziosa riedizione de Gli avventurosi siciliani), lo apostrofò dalle pagine del Corriere della sera come “il fustigatore dei baroni”. Ovviamente si riferiva all’ambiente accademico universitario, del quale Saito aveva fatto parte per molto tempo come germanista. Tuttavia questa mirabile dote è ben visibile anche dall’opera letteraria del nostro autore. Saito ci svela una letteratura semplice, senza colpi a effetto ma con il pregio di restituirci la densa semplicità di ciò che eravamo, anzi, di ciò che, in fondo, ancora siamo. Più che per la trama, colpisce l’inscindibile unione tra animo umano e aspetti paesaggistici – odori, sapori, visioni, rumori – : dall’ aria di Napoli, “dolce e sostanziosa”, così pregna di quell’atmosfera sospesa che fa sembrare i napoletani perennemente in attesa di qualcosa (come se il profumo dell’aria dovesse presagire un miracolo imminente), alla magia di Palermo le cui carrozze paiono lasciare una scia di invisibile serenità e dove il caldo rende le notti ricche di vitalità poetica, dove anche la puzza di alghe, pesci, molluschi (“contaminazioni di vivo e marcio”) inebria le coscienze incantate ad osservare insoliti pediluvi notturni, materassi sui balconi, sonni cullati dallo scirocco. Anche Fulvia conserva il candore dell’incorrotto; sembra la Daisy Miller di Henry James, te la immagini vestita di bianco, con un cappello stile signorina Lucy del film "Nuovomondo" di Emanuele Crialese (guarda caso, anche lei accerchiata dai siciliani); il trionfo della semplicità, così come sono i pupi, all’apparenza pupazzi, ma dal cuore epico, eroico e poetico; baluardi di libertà, senza effetti speciali.

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