Gli occhi degli orologi

Gli occhi degli orologi

Anno 2048, le nuove crociate contro il terrorismo islamico si sono concluse dopo un notevole spargimento di sangue e ingenti danni all’ambiente. Molte specie animali si sono estinte, gli alberi muoiono soffocati dall’inquinamento atmosferico, i governi si sono fatti più oppressivi e ogni individuo è sottoposto a rigida sorveglianza. La vita di tutti è scandita dall’onnipresente ticchettare degli orologi. Presenti ovunque, agli angoli delle strade, nelle stazioni, alle fermate dei mezzi pubblici, gli orologi sono diventati i principali strumenti di sorveglianza del governo. Julienne, impiegata, senza la madre e figlia di un reduce delle crociate, è insoddisfatta dal mondo che la circonda. Vorrebbe cambiare la sua vita, vorrebbe vivere in un mondo diverso, ma è solo un sogno destinato a non realizzarsi. Ogni giorno è uguale al precedente: colazione, metropolitana, ufficio, piccole pause giornaliere alla pasticceria. Forse un figlio cambierebbe qualcosa? Dicono un gran bene di questa nuova clinica, Le Monde: sembra più un luogo di relax che una clinica della fertilità, una spa in cui, dice la pubblicità, puoi incontrare l’uomo della tua vita o semplicemente concepire un figlio...

Non solo Urania e derivati nella fantascienza italiana, anzi. Sembra, piuttosto, che si stia verificando una vera e propria epidemia distopica in cui tutti gli scrittori (o aspiranti tali) facciano a gara a scrivere le peggiori sintesi negative del nostro prossimo futuro. Una sorta di corsa al pessimismo più originale e, soprattutto, disperato. Corsa a cui questo romanzo, premio “InediTO - Colline di Torino” 2017, si ascrive in pieno. Gli ingredienti sono sempre i soliti: futuro prossimo, governo oppressivo e liberticida, disastro ambientale, umanità ormai indifferente alla perdita delle libertà individuali e priva di valori morali, opinione pubblicaasservita alla verità di stato. Soprattutto, una protagonista che non sa rassegnarsi a questa realtà e che desidera fortemente evadere dal mondo e liberarsi da una vita oppressiva. Una liberazione che, tuttavia, sembra passare più dalla libertà di sognare che dalla rottura con la propria dimensione quotidiana. Vi ricorda qualcosa? Magari un certo film di Terry Gilliam? Chissà! Di certo il romanzo è scritto molto bene, lo stile di Giorgia Spurio è molto evocativo, estremamente elegante e sa anche come solleticare le corde di qualsiasi lettore. Tuttavia, manca il corpo. Come un vino dalla bottiglia pregiata, ma un po’ privo di corpo, questo romanzo dalla scrittura molto intrigante non lascia il segno. Pur inserito nel solco di una tradizione letteraria importante, pensiamo a Il racconto dell’ancelladi Margaret Atwood, la storia non sa impressionarsi nell’immaginario del lettore come dovrebbe. Il problema è l’eccesso di onirismo, tutto il vissuto della protagonista, il suo approccio con la realtà, gli altri personaggi e tutto ciò a che le accade intorno, sembra avvolto da una bruma perenne. Una foschia che sfuma ogni cosa e la rende umbratile, trasparente, evanescente. Perfino la violenza più aberrante (fisica o psicologica che sia) sembra non toccare profondamente il lettore, come fatta di esile fumo grigio e incorporeo.



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