Gli occhi di Heisenberg

Gli occhi di Heisenberg

Avere il permesso di concepire un figlio non è cosa da poco, solo poche e rare coppie possono farlo. Certo, l’umanità ha conquistato il diritto all’immortalità ma tutto ha un prezzo. Sconfiggere la morte significa sottostare alla regola degli Ottimati: niente eccessi, niente emozioni troppo brusche e violente. Tutto sotto controllo, insomma. I cambiamenti portano sempre un elemento di imprevedibilità, l’instabilità è insita nel cambiamento. Ecco perché non ci deve essere nessun cambiamento, perfino nella crescita demografica. Nessuno deve saperlo, ma l’umanità è resa sterile e immobile nel suo sviluppo. La società si divide in Ottimati e Steri, pochi eletti che possono godere dell’immortalità e una massa di individui resi sterili per un migliore controllo globale. È una grande fortuna, quindi, per Lisbeth e Harvey Durant poter concepire un figlio. A patto di farlo nascere con un codice genetico opportunamente manipolato, ovviamente. Un magnifico paradiso per gli Ottimati, non fosse che il caso e l’entropia sono sempre dietro l’angolo...

Frank Herbert concepì questo romanzo breve poco dopo aver pubblicato Dune, il suo capolavoro e capostipite di un ciclo che ancora oggi attira lettori. Siamo nel 1966, la versione in volume del capolavoro herbertiano è appena uscita (Dune era già stato pubblicato in otto capitoli fra il 1963 e il 1965 sulla rivista “Analog”) segnando una svolta importante nella vita dell’autore: si dedicherà completamente alla scrittura lasciando l’occupazione di giornalista. Non a caso ne Gli occhi di Heisenberg si notano quasi tutti i temi presenti in Dune e assai ricorrenti nella produzione di Herbert. Commistione fra tecnologia e religione, controllo estremo del clima e dell’habitat, società intruppata da una dittatura inflessibile, un futuro molto lontano nel tempo in cui lo sviluppo tecnologico ha imposto pesanti conseguenze sociali all’umanità. Vi ritroviamo perfino il controllo e lo sviluppo artificiale del codice genetico umano teso ad abbattere i limiti naturali della vita. Stavolta, il tema dell’immortalità è affrontato in maniera diretta ed esplicita: la sconfitta della morte comporta, però, la fine per ogni forma di cambiamento. È la stasi sociale, demografica e perfino evolutiva. Se vogliamo, quindi, in questo romanzo breve si va ben oltre Dune. Le tematiche vengono affrontate da una posizione più estrema e distopica, dove nemmeno la religione può fornire una chiave unificatrice e salvifica. Qui il vero protagonista è l’entropia del cambiamento, l’indeterminazione. Nessuna tecnologia, nessun controllo, per quanto estremo e perfezionato, può fermare l’entropia. Il romanzo è interamente consacrato a illustrare questo principio e nulla più. E qui sta il punto debole dell’opera. Non c’è azione, non ci sono protagonisti veri, la storia appare schiacciata contro l’idea di fondo e agisce solo come complemento. Forse non avrebbe guastato uno sviluppo più articolato dei personaggi e della trama in forma di vero e proprio romanzo.



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