Gli occhi di Thanatos

Gli occhi di Thanatos

“Caro B., le scrivo per informarla che C. è morta ieri alle cinque del pomeriggio”. Morte di una professoressa, l’organizzazione del funerale e il discorso del rettore, gli studenti leggeranno poesie e brani di autori cari alla donna. I libri donati all'Università, il lavoro di riordino delle carte contenute in decine di faldoni. Gli appunti di un romanzo, articoli scritti per riviste letterarie. Tracce di una persona e l’occasione per scrivere della morte, una mail dopo l’altra, interrogando le zone di confine di un discorso tabù, l'ingerenza ideologica di chi parla di vita e di Dio e poi si affida alla tecnica per prolungare lo stato-statico della persona chiusa immobile sopra un letto. Tecnica imperante, chiamata a salvare quando ciò che fa è “spostare più in là” la morte. Morte nascosta al dialogo, al pensiero, alla vita messa-in-scena sul palcoscenico quotidiano. A Critone, che ricorda a Socrate che il sole non è ancora tramontato e che altri uomini hanno aspettato a bere il veleno, Socrate risponde: “Ma è naturale, Critone, che questi tali di cui parli facciano così, perché credono di guadagnarci qualcosa. Ma è anche naturale che io mi comporti diversamente perché so che non ci guadagno nulla a bere un po’ più tardi se non di rendermi ridicolo a me stesso mostrandomi così attaccato alla vita, cercando di risparmiarla, proprio quando non resta più nulla”…

Una breve raccolta di mail-diario per scavare pensieri di morte. Thanatos. E costruire e muovere una critica verso quelle strutture della società e della religione che vogliono spostare l’attenzione lontano dall’uomo: futuro, progresso tecnico, vita lontana dalla morte e dimentica di essa, ideologia, tempo scandito da un passato un presente un futuro e un’attesa consolatrice, lineare. Ecco a fronte un interrogativo disperato, ostinato e straripante tra le righe delle mail, mosso dall’esperienza di una morte, una persona conosciuta, a cui si è legati. E poi, il ritorno nel paese dell’infanzia di un uomo, i passi all’interno della chiesa dove non entrava da tanto tempo, l’incontro con un prete, il prevedibile inizio di una lunga conversazione intorno alla fede, al cristianesimo, a Gesù e alla filosofia, parallela alla ricerca storica – materiali per un romanzo a venire – sugli eretici protestanti nelle valli bresciane e gardesane. Le parole precise, le controbattute di struttura dogmatica del prete provocano l’insofferenza dell’uomo. Interrogando il prete, interrogandosi, interrogando i filosofi studiati, avvicinati, ammirati, l’io narrante – e l’autore Paolo Barbieri ‒ provano a percorrere un cammino faticoso, tormentato, che vuole aprire, aprirsi e guardare all’esserci dell’uomo, al “siamo”, alla vita e alla morte, luoghi in cui lo spazio si spalanca a nuove vertigini, suggerendo un rinnovato orizzonte del tempo “scardinato” intorno al prepararsi a morire d’antica filosofia.



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