Gli scomparsi

Durante le sue lunghe visite agli anziani parenti ebrei di Miami Beach, tra le barzellette in yiddish e i bicchierini di whisky, il piccolo Daniel non può fare a meno di sentirsi ripetere “Oh, come somiglia a Shmiel!”. Shmiel è il fratello dell’amato nonno, un uomo distinto la cui esistenza è testimoniata solo in poche foto di famiglia e nei silenzi imbarazzati che aleggiano intorno alla sua storia. “Shmiel. Ucciso dai nazisti”: così riporta la didascalia di una foto e per lungo tempo questo è tutto quello che Daniel saprà di lui. Crescendo Daniel impara a condividere con il nonno la passione per le storie di famiglia, ricostruisce le storie di questi lontani parenti europei, i volti, gli alberi genealogici. L’unico a rimanere “sconosciuto e inconoscibile” è proprio Shmiel, ucciso insieme alla moglie e alle quattro figlie. Alla morte del nonno Daniel ritrova un fascio di fogli ripiegati, sono le lettere che Shmiel si scambiava con il fratello quando ancora pensava di poter trovare la salvezza in America. Questa scoperta diventa il detonatore che lo spinge a dissipare il velo dei pettegolezzi intorno a Shmiel e alla sua famiglia, per ricostruire la storia “più sbalorditiva di tutte. Quella che più di ogni altra meritava di essere raccontata”…
Romanzo ambizioso questo di Mendelsohn, e in buona parte riuscito. Ambizioso innanzitutto per la mole, giustificata dal fatto che questo è un romanzo nel vero senso del termine, non c’è solo una storia, un intreccio, ma c’è spazio dentro per disegnare tutto un mondo. Gli scomparsi è una mistery story e insieme un’avventura on the road che copre l’arco di una vita, dai bisbigli raccolti da bambino ai viaggi in giro per Europa e per il mondo. In fondo il senso del romanzo è in questa frase che chiude uno degli intermezzi di riflessione religiosa: “Per i lettori è naturalmente più piacevole assimilare il significato di un grande affresco storico attraverso la storia di una singola famiglia”. Così quella che Daniel all’inizio crede essere solo la storia di Shmiel diventa poi a crescere la storia della propria famiglia, di se stesso, del destino della città di Bolechow in Polonia e di tutto il popolo ebraico. Gli scomparsi riporta la riflessione sull’Olocausto in un ambito famigliare, racconta il tutto attraverso una piccola parte, e strappa la memoria ai numeri e alle grandi dinamiche storiche nel momento in cui, inevitabilmente, questa scivola dal passato prossimo alla Storia. Ma Gli scomparsi non è (solo) un libro sull’Olocausto, è soprattutto un romanzo sui legami tra religione, vita e storia; sulla natura del bene e del male e sulla colpa (lo sapeva Abraham che non spedendo i soldi al fratello lo condannava a morte?). Si soffre un po’, a volte, nelle settecento pagine di tascabile, ci si perde tra i piccoli dettagli che tornano e ritornano (ma quante volte serve parlare del proverbiale senso d’umorismo del nonno?); ma a parte qualche ingolfamento il romanzo si fa leggere, la curiosità e l’urgenza che spingono Mendelsohn diventano anche le nostre, si va avanti a rimettere insieme le tessere del mosaico come in un giallo, e alla fine Gli scomparsi diventa molto più leggero del suo peso in grammi, che è notevole.

 

 

 

 
 
 
 
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