Gli sdraiati

Si comincia generalmente con la classica telefonata. Uno, due, dieci, cento squilli. “Ma dove cazzo sei'?”. Da questa parte del mondo, il padre intrappolato nella sua ansia senile di modulare l'agitazione su scenari che non siano necessariamente di apocalittica e catastrofica sciagura imminente, dall'altro lui, il figlio diciannovenne ignaro o renitente (chissà quale delle due ipotesi poi è la più avvilente per la stima paterna in costante caduta libera), nella sua soave ed impalpabile noncuranza. Poi in genere si prosegue seguendo le tracce che ne segnalano il passaggio in casa. Il tappeto kilim originariamente di forma quadrata, sotto il peso dei suoi scarponi – estate o inverno che sia, infatti, non fa differenza, la scarpa è la stessa - “[...] tu e la tua tribù avete abolito sandali o mocassini in favore di quegli scafi di gomma imbottita che vi ingoiano i piedi per tutto l'anno, nella neve fradicia come nella sabbia arroventata” - ha assunto le forme più bizzarre. Tracce di fanghiglia e foglie secche adornano le segmentate geometrie del tessuto, rendendolo irriconoscibile. La cucina ha il lavello pieno di piatti da lavare, i fornelli hanno chiazze figlie di pluricotture oramai stratificate. Padelle incrostate, colapasta monchi di manici, pirofile con avanzi sedimentati sul fondo poggiati lì, a soli pochissimi centimetri dal frigo, che sarebbe bastato un nonnulla per riporle al posto esatto e chiudere finalmente il cerchio. E poi posacenere rigurgitanti cicche e scaglie di cenere dappertutto, cassetti aperti e mai richiusi fino ad arrivare lì, al suo regno. Il divano...

Ed eccoli qua gli adolescenti degli anni Zero, da oggi per tutti, grazie all'ultimo romanzo di Michele Serra, “generazione Gli sdraiati”. Giovani figure di zombie che attraversano nottetempo le case di appartenenza lasciando scorie più o meno radioattive al loro passaggio prima di sprofondare nel loro luogo simbolo, quel divano che diviene postazione multimediale di collegamento col mondo esterno. Figure indecifrabili capaci di sovvertire ordini ed equilibri naturali fino a quel momento dati per consolidati e di sfidare persino le leggi più elementari del cosmo. Ma sopratutto eccoli lì i padri di questi sdraiati, genitori in perenne crisi d'identità, incapaci di esercitare la seppur minima autorità – già, proprio quell'autorità che nel '68 avevano tenacemente sbattuto in faccia ai loro padri - o di esercitarla male e controvoglia, in costante bilico educativo tra la sgridata e il soccorso. Genitori affascinati e spaventati da queste strane creature che ronzano loro attorno, impossibilitati però a decifrarne i più elementari codici di codifica e accesso. Davanti a questa mutazione antropologica Serra riesce con una scrittura spassosissima e ironica – l'unica credibile per affrontare siffatto tema - a dipingere quell'affascinante ingarbuglio metafisico che è il rapporto tra due generazioni, tra due mondi, tra due universi agli antipodi, quello di padre e di figlio, capaci alla fine di fondersi nell'unico punto d'incontro possibile: quello del passaggio di consegne che regalerà a entrambi due nuovi, inevitabili destini.



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