Gli ultimi libertini

Gli ultimi libertini

La vigilia de la Révolution. La Francia dell’Ancien Régime, con l’antica nobiltà di spada, molto più di quanto i figli del popolo non credano, non dispera. Il cambiamento è la vera possibilità – “per molti esponenti della nobiltà francese delusi dalla corte, l’occasione di abbracciare una nuova forma di patriottismo inseparabile da un’idea di «libertà» che giungeva loro dall’altra sponda dell’Atlantico”; e, nell’interesse superiore, per così dire, l’opera riformatrice dei Lumi si ammette possa andare pure più in là dell’élite… È il soffio de la Révolution! La comune speranza liberatrice! Il gran mondo, ben prima del Terrore, non è preoccupato per l’avvenire e in un certo senso le imprudenze della famiglia reale dicono molto bene che cosa sia un irreparabile errore. Per gli “ultimi libertini” è una specie di sfida, in attesa non solo di un tempo assolutamente straordinario, ma agendo anche già in occasioni impudenti, avventure erotiche e varie occupazioni diplomatiche e militari. Per i più rappresentativi dell’epoca “significava innanzitutto dar prova di spirito critico, di inventiva, di iniziativa personale” in vista di un futuro grandemente al di sopra dell’antico e proprio “all’insegna del progresso e della modernità”. Ma che cosa, poi, sarebbe accaduto agli anticonformisti aristocratici di Francia?

“Consapevoli dei loro atout” i libertini dei bei ritratti di Benedetta Craveri, con tenace essenza aristocratica, sperarono di sollevare la Francia da ogni abbattimento, finanche culturale. “Ci prendevamo gioco delle antiche usanze, dell’orgoglio feudale dei nostri padri e della solennità della loro etichetta pur continuando a godere di tutti i nostri privilegi”, così scriverà il conte di Ségur e così i libertini alla moda tra i più brillanti susciteranno sorpresa e curiosità. Sono sette e sono tutti uomini di spirito: il duca di Lauzun, il visconte Joseph-Alexandre de Ségur, il duca di Brissac, il conte di Narbonne, il cavaliere di Boufflers, il conte Louis-Philippe de Ségur, Joseph-Hyacinthe-Francois de Paule de Rigaud, conte di Vaudreuil. Una rosa di gentiluomini, naturalmente mondani, chiamati a occupare ruoli cruciali con l’avvento al trono di Luigi XVI e con destini molto diversi. Con l’orgoglio di classe e i costumi francesi, soggetti talora a signore eminenti e troppo ardite, i protagonisti del saggio dominano la scena politica e militare e l’autrice con sapiente uso delle fonti, “della prosa e dei versi di una società che aveva fatto della perfezione della lingua il suo biglietto da visita” ne restituisce pure conversazioni e giochi d’amore. Il libertinaggio è molto forte nelle consuetudini del XVIII secolo, che sono tuttavia spesso al di sopra dell’ordinario; eppure, “gli ultimi libertini” verranno scelti non solo per “il carattere romanzesco delle loro avventure e dei loro amori”, immancabilmente anche per “la consapevolezza con cui vissero la crisi di quella civiltà di Antico Regime, della quale erano essi stessi l’emblema”. Bien fait!



 

 

 

 
 
 
 

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