Gli ultimi testimoni

Gli ultimi testimoni

Zenja Bel'kevič ha sei anni. Sua madre ogni sera le racconta la favola del Pesciolino d’oro e come sua sorella a quel pesciolino chiede sempre di poter andare in vacanza dalla nonna insieme al papà. È l’ultimo ricordo felice. Una notte si sveglia di soprassalto, vede suo padre che bacia sua madre, l’abbraccia lungamente e sparisce nella notte. Poi la certezza di non rivederlo più, gli aerei neri nel cielo e il corpo senza vita della mamma sulla terra fredda. Gena Juškevič ha dodici anni e capisce dai discorsi della madre con una vicina che qualcosa di terribile è accaduto. Accende la radio per sentire la voce di Stalin ma lui tace. È Molotov a dire che il Paese è in guerra. Poi gli aerei con le croci sulla carlinga invadono i cieli e le bombe che cadono ovunque, la gente rifugiata nel cimitero ebraico. E poi il silenzio terribile che invade le strade e le persone cariche di cibo che vagano senza meta. Nataša Golik ha cinque anni e durante la guerra ha imparato a pregare, Katja Korotaeva ha 13 anni e della guerra conosce l’odore. Ricorda il profumo dei lillà e dei ciliegi quando scoppiò, ricorda suo fratello in partenza per il fronte e i soldi che lascia alla madre per comprarle un cappotto nuovo. Ma non fa in tempo: e ancora Zina Kosjak, i viaggi, la fame con gli altri bambini, Taisa Nasavetnikova e la sua fuga insieme alla madre, la paura di morire e la salvezza grazie a un medico militare, le sue braghe rosse e i libri da grandi. I sogni dei bambini, le scarpe fatte a mano, i carri armati, la palude e i giorni interminabili, volti, rumori, odori di anni strappati all’infanzia di tanti bambini e ragazzi che l’hanno attraversata...

Tante storie raccontate a fior di pelle da chi, nell’estate del 1941, fu testimone diretto dell’ingresso dei soldati tedeschi nella Bielorussia. Istantanee di vita, fotografie di una quotidianità trasformata irrimediabilmente da una parola che fino all’attimo prima aveva un significato lontano ed astratto. La guerra che si infiltra nelle case, nelle famiglie, che allontana, divide, uccide, abbandona; che costringe interi paesi a fuggire, intere comunità a nascondersi, interi popoli ad assoggettarsi ad un nemico straniero. Una storia quella raccontata dalla giornalista, scrittrice Premio Nobel per la Letteratura nel 2015, che ha raccolto le testimonianze dirette di quelli che nel ‘41 erano solo bambini e adolescenti e che oggi sono operai, giornalisti, correttori di bozze, ingegneri, idraulici, parrucchiere che hanno rievocato con coraggio i ricordi più difficili per raccontarci una guerra vista dal basso, una guerra che si palesa in una crudeltà capace di sconvolgere l’innocenza di intere generazioni. Un libro che fa riflettere perché raccontato dallo sguardo di chi l’ha subita senza avere nemmeno gli strumenti per capire quello che stava accadendo, di chi si è visto rubare l'infanzia e che con quel linguaggio semplice racconta l’affresco più difficile di un’epoca.



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