Gli umani

Gli umani
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Cambridge, Inghilterra. Un alieno viene inviato sulla Terra con una missione ben precisa: assumere le sembianze del matematico quarantenne Andrew Martin, distruggere tutte le prove riguardanti la sua dimostrazione dell’ipotesi di Reimann, uno dei più complessi e irrisolti problemi matematici legati ai numeri primi, e uccidere chi già è stato informato della scoperta. La risoluzione dell’ipotesi Reimann, per la quale esiste un premio da un milione di dollari, aprirebbe porte infinite alla tecnologia e quindi a un nuovo futuro per l’umanità, ed è ciò che i Vonnadoriani vogliono impedire. La specie umana, una delle ultime a non essersi ancora evoluta, viene infatti considerata tra le più inette, violente e capaci di creare il caos in un cosmo armonioso, semmai dovesse raggiungere un grado di conoscenza tecnologica avanzato. La missione è particolarmente disgustosa perché il corpo umano, dal punto di vista alieno, è ributtante, pieno di odori, inutili appendici e con un linguaggio rozzo. Dopo aver dato scandalo (incomprensibile dal suo punto di vista) gironzolando nudo per la città, Andrew incomincia la sua missione venendo in contatto con la moglie del vero matematico e con il figlio, destinati ad essere soppressi. Ma, nonostante la percezione e la conoscenza del dolore fisico e dell’incredibile varietà di emozioni, sentimenti e abitudini spesso contrastanti e irrazionali, l’alieno comincia ad apprezzare la vita da umano, imparando persino ad amare una donna e un figlio che, fino ad allora, il vero Andrew Martin aveva tradito o ignorato. Questo cambiamento, però, è in contrasto con la sua missione, che non prevede superstiti…

L’alieno, nella parte iniziale del suo resoconto ‒ quale è questo romanzo ‒ avverte i suoi simili di quanto incomprensibili, buffi e particolari siano gli umani, che fanno cose per essere felici che in realtà li rendono infelici o intavolano conversazioni su argomenti di cui in effetti non vorrebbero parlare. Citando la poetessa Emily Dickinson, dalla quale rimane affascinato, dice: “Io vivo nella possibilità”, invitando i suoi simili ‒ semmai dovessero leggere il suo resoconto ‒ a fare altrettanto, a dare cioè una possibilità a questa razza non ancora evoluta, la cui essenza è il cambiamento. Mandato sulla Terra per interrompere il progresso dell’umanità, l’alieno si rende conto di quanto quello stesso progresso abbia appiattito e livellato tutto l’universo. La forza dell’uomo sta quindi nella sua fragilità e nei suoi controsensi. Il romanzo di Haig ci pone in una prospettiva particolare, spiazzante, e ci vuole un po’ per entrare nell’ordine di idee e cominciare a ragionare come fossimo anche noi degli alieni. Una volta partiti, però, ci si rende conto di quanto la storia metta in evidenza i nostri pregi e i nostri difetti, le bizzarrie, le abitudini inutili, le cose da valorizzare e che l’umanità moderna ormai considera scontate. E se il finale forse scivola in questa direzione, tutto il resto ci mostra una razza piena di contraddizioni, capace di violenza, indifferenza e odio sì, ma anche di amare incondizionatamente e di una” spaventosa bellezza”. Alla base del romanzo, una crisi personale dell’autore che lo ha portato a considerare la vita umana come una cosa alquanto strana. Le sue medicine sono state la lettura, la scrittura e l’idea che le parole e le storie siano mappe per ritrovare la strada che riconduce a noi stessi.



 

 

 

 
 
 
 

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