Glifo

Glifo
Ralph ha 11 mesi, e due genitori mica tanto felici. Lui è un aspirante scrittore frustrato - sedicente intellettuale post-strutturalista - perennemente in cerca di editori e ragazze più giovani da sedurre, lei una ex giovane donna che ha smesso da tempo di amare suo marito. Sarà forse per questa atmosfera pesante che Ralph non emette suoni da quando aveva una settimana di vita? E' muto? Autistico? O ritardato, come teme il padre? Al contrario: in realtà il neonato ha già imparato da solo a scrivere e leggere, e osserva dalla sua culla i genitori, giudicando impietosamente le loro miserie, tra una citazione colta e l'altra. Sconvolti, i due prima foraggiano il pargolo con il meglio della letteratura mondiale, e poi decidono di rivolgersi a una neuropsichiatra infantile, la dottoressa Steimmel. Grazie a una serie di test, il medico accerta che Ralph ha un IQ mostruoso, a 475, e sconvolta dalla sua capacità logica, decide di rapirlo e portarlo in un laboratorio dove anche le ricerche scientifiche più cruente possono essere portate avanti senza che nessuno faccia domande, per sottoporlo a vivisezione. La Steimmel non sospetta che anche altre forze, a dir poco occulte, si sono messe in moto attirate dall'incredibile talento del neonato più intelligente del mondo...
Difficile immaginare esordio migliore per Greenwich, la collana di narrativa anglosassone contemporanea di Nutrimenti diretta da Simone Barillari e Leonardo G. Luccone: il professor Everett (insegna Letteratura Inglese alla University of Southern California) si prende una vacanza dalla sua proverbiale fascinazione per la mitologia greca e la cultura dei nativi americani, e si dedica a una favola cerebrale eppure spassosissima, una satira che con ritmo e colori da cartoon veicola concetti più che complessi, sottopone il lettore a uno stress citazionista quale mai la storia della letteratura aveva visto finora e come se niente fosse mette anche alla berlina robetta come il concetto moderno di genitorialità, la coppia come spazio di bugie, frustrazioni, infelicità e rispettive solitudini, i metodi della scienza sperimentale, i limiti della neuropsichiatria infantile. E naturalmente cammin facendo - attraverso una foresta di note che costituiscono un vero e proprio romanzo parallelo e attraverso una serie di dialoghi platonici immaginari tra personaggi vissuti in epoche diverse, tipo Baldwin e Socrate che parlano della bugia come forza creatrice, oppure Merleau-Ponty e Lacan che disquisiscono della natura dell'immaginazione - si parla di Filosofia, di Semiotica, di Semantica. Si ironizza su veri e propri dogmi del pensiero moderno, si sbertucciano mostri sacri del calibro di Roland Barthes e soprattutto chi li ha santificati, trasformandoli in inoffensive figure del presepe da dinamitardi innovatori che erano. Il tutto con una padronanza della parola scritta cha fa spavento tanto è virtuosistica, mentre il plot busterkeatonesco va che è un piacere (intervallato da poesie davvero fascinose su ossa e cartilagini da neonato), e ci si scopre sempre più ansiosi di girare la pagina. Wittgenstein col costume da Wil Coyote. Beep, beep.

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