Glock 17

Glock 17

La canna della Glock 17 nove millimetri è proprio lì, in mezzo ai suoi occhi. Carmine non è certo la prima volta che si trova in quella situazione. Infatti non fa una piega, reagisce calmo, fin troppo tranquillo. Dice al ragazzo di metterla giù, di non fare cazzate che così non si farà male nessuno, che sta sbagliando obiettivo se ha deciso di rapinare proprio lui, Carmine Brugliato, il boss di Primavalle. L’appartamento che usa per quegli incontri di piacere è sprofondato nel silenzio, la cucina è vecchia, zozza e maleodorante di cibo incrostato. Il primo proiettile l’uomo glielo conficca dritto nella coscia. Ora Carmine urla. Il ragazzo non scherza più e lo avvisa che sta per morire. E sta per morire con la stessa pistola che ha usato suo padre tirandosi un colpo in testa dopo che lui, Carmine, dieci anni fa ha violentato sua madre proprio davanti ai suoi occhi. Ma il boss ora sembra annaspare tra i ricordi, non sa riannodare i fili. Voleva solo scoparsi quella giovane checca e godersi un po’ di coca in santa pace, non capisce quel finale, non ora. Gli offre più soldi, non realizza, gli ribadisce che sta facendo un grosso errore, il più grosso della sua vita, glielo dice mentre il ragazzo gli apre la fronte con un secondo colpo, secco, dritto in mezzo agli occhi. Solo quando sente le sirene l’uomo lascia quel fetido appartamento... L’officina di Ettore detto il Gatto è in perfetto ordine, come sempre. L’uomo gli si piazza proprio davanti mentre è intento a smontare il serbatoio della Speed Triple 955i del 2004 che ha sistemato sul ponte. Quello continua a rimanere in silenzio di fronte a lui. A guardarlo sembrerebbe tipo un geometra, un economista, così ingessato nel suo rassicurante vestito blu. Dopo un po’ finalmente parla e gli dice di essere Francesco Ballarini e di avere le ore contate. Ha una borsa piena di soldi. Cura gli affari di Don Luigi Zurlo, il “capobastone” di San Basilio, un cane sciolto e pazzo che deve assolutamente eliminare, e per farlo ha bisogno di lui. Ettore gli ride in faccia e gli ordina di andarsene. Non capisce che c’entra lui con quella sua storia del cazzo. Poi sente dal fondo del locale la risata di quel pazzo di Sigmund, un mercenario ex combattente durante la guerra del Kippur, ora, con il nome de “Il Tedesco”, suo braccio destro nella cura dei suoi loschi affari. Intima al tipo di spiegarsi bene con Ettore e quello gli dice che da alcune vecchie transazioni di vent’anni prima è venuto fuori il nome di una donna che sta cercando ma sopratutto quello di un vecchio socio di Zurlo, che a lui sicuramente qualcosa ricorderà: Carmine Brugliato...

Nerissimo esordio narrativo per Emanuele Bissattini, già giornalista d’inchiesta per “l’Espresso”, “il manifesto” e “Il Messaggero”, esperienza che certamente s’è trascinato dietro visto che l’odore acre della periferia impregna ogni pagina di questo suo primo, lucidissimo lavoro. Un noir incalzante sul ricordo, sull’amore spezzato, sulla voglia di riscatto, sul dolore ma sopratutto sulla vendetta. Queste le sfumature dentro le quali Ettore detto Il Gatto è costretto a destreggiarsi, dopo che a sei anni ha visto violentare sua madre e sparare un colpo in testa a suo padre. Oggi accanto a lui solo la vecchia Glock 17 e Sigmund il Tedesco, un mercenario che ha perso moglie e figlia durante un attentato commesso per punire lui. Ma il Gatto sa come ridare ordine alle cose, ha pazienza, esattamente come già fa nella sua officina dove ogni cosa è sistemata con precisione chirurgica al suo posto. Deve solo saper aspettare il momento giusto. E quel momento puntualmente arriva, sotto le spoglie del broker della mala Francesco Ballarini che riapre un squarcio fatale sul suo passato, una ferita mortale con la quale ora può finalmente e definitivamente fare i conti.



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