Gobi ‒ Un piccolo cane con un grande cuore

Gobi ‒ Un piccolo cane con un grande cuore

Ürümqi, provincia dello Xinjiang, Cina, giugno 2016. Dion Leonard è appena atterrato all’aeroporto e da lì, grazie ad un taxi, arriva all’hotel prenotato, dove passa la notte. L’indomani, a fatica e dopo numerosi controlli, prende un treno per raggiungere Hami, una cittadina a cento chilometri ad est di Ürümqi, dove si trova il punto di partenza della competizione: la Gobi March. Dion, australiano che vive ad Edimburgo, è infatti un runner di ultramaratone ‒ gare di corsa a piedi che hanno una distanza superiore ai 42.195 metri della maratona ‒ e si trova al confine tra Cina e Mongolia per correre 250 chilometri in sette giorni. A fare da contorno, il deserto del Gobi. Una volta ad Hami, gli organizzatori gli assegnano una tenda da condividere con tre runner di Macao. Mentre questi rimangono svegli a fare festa, Dion si corica, in modo da essere fresco per la partenza: una scelta azzeccata, visto che i circa 33 chilometri del primo giorno scorrono via senza intoppi e, la sera all’arrivo, l’uomo si ritrova in terza posizione in classifica generale. Nonostante l’ottimo piazzamento, non c’è nulla da festeggiare: anzi, serve riposare il più possibile per arrivare in fondo ai 40 chilometri previsti il secondo giorno. Al suo risveglio, Dion si trova davanti un piccolo cane, alto trenta centimetri, con il pelo color sabbia, dei baffetti ed una specie di barba: è in cerca di cibo. Ai nastri di partenza, l’animale si interessa particolarmente a Dion, con i suoi copriscarpe gialli e la maglia dello stesso colore. Dopo un chilometro di corsa, la bestiola è scomparsa, ma, nel bel mezzo della maratona, eccola riapparire vicino al runner e mettersi a correre al suo fianco...

Le ultramaratone nel mondo sono tante, faticose e, soprattutto, percorse nelle condizioni ambientali più varie, alcune impensabili per il pubblico che non segue questo sport. Dion Leonard, da quando ha cominciato a correre, ne ha percorse diverse ‒ la Marathone des Sables nel Sahara marocchino, quella del deserto del Kalahari, quella nella valle della Loira ‒, ma, senza ombra di dubbio, quella che lo ha segnato di più è stata la Gobi March del 2016. Sia per l’ottimo piazzamento ‒ quinto posto finale ‒ sia per il legame instaurato con la piccola cagna che ha battezzato Gobi. La loro storia ha fatto il giro del mondo, fino ad approdare sulla scrivania di Craig Borlase, giornalista del “New York Times” e specialista nella redazione di “memoir”, biografie romanzate. In italiano questo filone è chiamato “memorialistica” ma si sa, usare la parola straniera fa più intellettuale. Craig ha collaborato con Dion e dai loro sforzi è nato Gobi.Un piccolo cane con un grande cuore. Che Borlase sia esperto lo si vede dall’abilità e dalla maestria con cui alterna la narrazione vera e propria ‒ le avventure di Dion e Gobi ‒ a momenti della biografia passata del protagonista. E i flashback, oltre che accrescere la tensione narrativa, sembrano giustificare ogni scelta compiuta dal runner durante e dopo la sua corsa. Eppure, in Gobi.Un piccolo cane con un grande cuore, non è solo il plot a colpire. Le relazioni che si costruiscono, la solidarietà, il contesto politico e sociale, tutto questo costituisce un contorno che offre numerosi spunti di riflessione. Ad esempio: la politica di repressione e di controllo che il governo cinese ha attuato nei confronti della popolazione degli Uiguri ‒ etnia turcofona di religione islamica ‒ in seguito agli incidenti del 2009 a Shaoguan, che persiste ancora al giorno d’oggi e di cui poco si parla in Occidente. Infine, non sarebbe poi male domandarsi come mai la stessa solidarietà che ha donato un lieto fine a questa storia non sia altrettanto facilmente riscontrabile, generalmente parlando, nei confronti di altri esseri umani.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER